giovedì 26 settembre 2013

SOTTO PROCESSO

SOTTO PROCESSO
Uno dei luoghi comuni più diffusi è che i magistrati italiani sono più numerosi dei magistrati europei ma producono di meno.
Ebbene la Commissione europea per l'efficacia della giustizia (CEPEJ) smentisce questo assunto e rileva (statistiche 2006-rapporto 2008) come in Italia per ogni 100.000 abitanti ci sono 14,8 magistrati mentre, ad esempio, in Germania ce ne sono 30,7, in Grecia 33,1, in Austria 22,8 e meno di noi c’è il Regno Unito con 11,6. 
Il numero dei magistrati va posto in raffronto con il numero di cause che ogni anno gli vengono assegnate. 
Dalle tabelle della Commissione europea si apprende che un giudice italiano ha come sopravvenienze civili, ovvero i nuovi procedimenti che ogni anno si aggiungono al suo carico di lavoro, un numero di affari 2 volte superiori ai colleghi del Belgio, della Francia e della Spagna, 8 volte superiore a quelli della Germania e dell’Austria, 17 volte superiore rispetto a quello dei paesi scandinavi.
Un giudice italiano infatti ha 438,06 sopravvenienze annuali mentre un giudice austriaco, ad esempio, ne ha 67,96, e un giudice svedese ne ha 25,6. 
Il dato più interessante riguarda lo smaltimento degli affari civili e penali. 
Un giudice italiano mediamente smaltisce 411,33 procedimenti civili e 181,09 procedimenti penali ogni anno. 
In Austria un giudice civile smaltisce in un anno 65,89 cause civili e un giudice penale 16,11 procedimenti penali. 
In Germania un giudice civile smaltisce in un anno 78,86 cause civili e un giudice penale 42,91 procedimenti penali.
I magistrati non sono divinità totemiche, né sono migliori o peggiori rispetto ad altre categorie professionali, ma i mali della giustizia italiana non vanno ricercati nella produttività della categoria giudicante. 
Le motivazioni sono prevalentemente di natura sociale ed etica. 
Il tasso di litigiosità della popolazione o l’inclinazione a delinquere degli italiani sono motivazioni aggravate da un sistema che non contiene più né l’uno né l’altra e la soluzione deve essere politica. 
I processi celebrano le patologie dei rapporti interpersonali. 
Rendere i rapporti interpersonali meno patologici è una responsabilità della politica, che, dal canto suo, in sintonia con la popolazione che l’ha espressa, ieri impersonava la menzogna degli affaristi, oggi si veste del turpiloquio degli insulsi. 
La mancanza di magistrati e di personale di cancelleria, l’accorpamento di più tribunali, la soppressione di oltre il 40% delle sedi giudiziarie faranno implodere la giustizia italiana perché altrove qualcuno ha già deciso di renderla inefficiente per far meglio digerire la sua privatizzazione con la mediazione.
E’ già accaduto con la sanità e con l’istruzione.
Ora sta accadendo con la giustizia.
Attaccare la magistratura intesa come istituzione significa indebolire lo Stato di diritto.
La dignità dell’istituzione va difesa anche da quegli stessi magistrati che talvolta l’hanno disonorata, nell’esercizio della loro funzione giudicante e inquirente, o nell’esercizio dell’azione disciplinare.
L’alternativa è il far west della prevaricazione del più forte.
Carla Corsetti
Segretario Nazionale di Democrazia Atea
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lunedì 23 settembre 2013

LA QUESTIONE TEDESCA


E' indubbio che la Germania sia la Nazione più forte dell’Europa.
E' indubbio che la vittoria di Angela Merkel avrà ripercussioni sulle politiche economiche di tutti gli Stati europei.
Il suo terzo mandato è la risultante di una politica di risanamento che il suo Paese e i suoi elettori hanno “gradito” e dunque e' assai probabile che sarà la Germania a dettare le regole degli ‘Stati Uniti d’Europa’ in un processo di germanizzazione già iniziato.
La cosiddetta Agenda 2010, adottata dalla Merkel per contenere la disoccupazione e rilanciare l’occupazione, e' stata un condensato di soluzioni neoliberiste nelle quali non v’è traccia di politiche salariali o di tutela delle classi lavoratrici.
I lavori interinali promossi dalle politiche della Merkel, che gli hanno consentito di vantare cifre di occupazione in crescita, per buona metà non sono altro che la “parcellizzazione” di impieghi in precedenza a tempo indeterminato e meglio retribuiti.
Oggi queste ricette appaiono vincenti e sarà difficile pensare ad un’Europa che non tenga conto di ciò che vuole la Germania.
Con la Merkel al comando si archivia definitivamente Keynes e se qualcuno crederà ancora che le politiche fiscali nei periodi di crisi ciclica debbano sostenere l’attività economica, sarà etichettato come un irragionevole e anacronistico romantico.
La povertà non sarà di tutti, ma solo delle classi lavoratrici, a vantaggio di pochi, come la controrivoluzione liberista impone.
Dopo l’approvazione del pareggio di bilancio, fortemente sollecitato dalla Germania e a suo tempo approvato da Monti con la complicità di PD e PDL, il prossimo obiettivo che l’imperatrice Angela assegnerà ai suoi vassalli italiani sarà la ‘cinesizzazione’ di massa.
Per far questo dobbiamo prima indebolire le tutele costituzionali sul lavoro rimuovendo l’unico articolo che può impedirlo, ovvero l’articolo 138.
Poi nulla sarà come prima.
Carla Corsetti
Segretario Nazionale di Democrazia Atea

www.democrazia-atea.it

martedì 20 agosto 2013

L’associazione antimafia “Libera” è troppo legata alla politica

Suona un campanello di allarme oggi in Italia se si parla di antimafia, alla vigilia del ventennale della strage di via D’Amelio (l’assassinio del magistrato Paolo Borsellino e della sua scorta): l’antimafia rischia di diventare un mezzo per le forze politiche?
Il caso riguarda l’esponente antimafia Christian Abbondanza noto per il suo impegno contro le cosche ma anche per numerose frizioni con l’associazione nazionale “Libera” e che pubblica sul suo sito, La Casa della Legalità, un attacco molto duro all’associazione presieduta da don Ciotti. Christian è sotto protezione e già vittima di un boicottaggio anni fa a Bologna, si ritrova prima come esperto antimafia a cui si rivolge un sindaco Pd di un comune ligure (Sarzana) per valutare a chi assegnare un'onorificenza, e poi, pianificato l’evento sotto sue indicazioni, escluso dall’appuntamento e con l’associazione “Libera” in cartellone.
Che è successo Abbondanza?
Mi contatta il Sindaco di Sarzana, mi chiede se posso essere presente per un intervento nella tavola rotonda del 20 luglio in cui verrà consegnata un'onorificenza antimafia. Mi chiede a chi secondo me va assegnata. Accolgono la mia proposta. Mi contatta la sua segreteria per avere conferma dovendo procedere per la stampa degli inviti. Gli do conferma. Mi arriva l'invito. Non ci sono. C'è “Libera”.
E che significa? Non ci vedo niente di scandaloso alla fin fine…
No. E’ da un po’ di tempo che accade. Perché ho posto l’accento su alcune incongruenze come questa che vi dico.  A Casal di Principe il sindaco e l'assessore distribuivano con “Libera” targhe anti-camorra, ma quell'amministrazione comunale era legata alla Camorra, ai Casalesi. Cose che si sanno in quei territori. Il sindaco e l'assessore sono stati arrestati poco dopo perché collusi con i Casalesi... “Libera” li portò sul palco della sua principale manifestazione, nel marzo 2009, a Casal di Principe, per distribuire le targhe intitolata a Don Peppe Diana.  Oppure ne dico un’altra. “Libera”, con la struttura che si è data, vive grazie ai contributi pubblici e privati. Tra i suoi sponsor troviamo, ad esempio, l'Unieco, colosso cooperativo emiliano, che si vanta anche dei finanziamenti che da a Libera. Ma nei cantieri della Unieco troviamo società di famiglie notoriamente mafiose, per l'esattezza di 'ndranghetisti. I soldi risparmiati dalla Unieco in quei cantieri, con le famose offerte “economicamente vantaggiose”, ad esempio, di società di famiglie espressione delle cosche MORABITO-PALAMARA-BRUZZANI e PIROMALLI con i GULLACE-RASO-ALBANESE, restano nelle casse di Unieco. Questa cooperativa finanzia “Libera” per la lotta alla mafia. E' chiaro il controsenso!? Quando lo fai notare nasce un problema con “Libera”.
Non sono solo casi isolati!? Libera è un associazione grandissima per dimensioni…
Non credo. Ci sono tantissime altre contraddizioni della stessa natura da nord a sud. Molti dei ragazzi che vi operano ci mettono l'anima, così come molti di coloro che credono che “Libera” sia una struttura che fa antimafia. Ma la realtà dei fatti è un po’ differente. Il quadro che ci viene presentato è utile a “Libera”, che ha di fatto il monopolio della gestione dei beni confiscati riassegnati, ed alle Istituzioni che così si fanno belle sventolando questo dichiarato “utilizzo” dei beni confiscati. Ma la realtà non è questa!
Prima di tutto perché i beni confiscati che vengono riassegnati sono pochissimi. Sono briciole. Abbiamo pubblicato con l’Associazione Casa della Legalità anche uno studio su questo, sulla normativa e sulla realtà. Uno studio mai smentito!
Sentiamo a questo punto un altro attivista e scrittore, Francesco Saverio Alessio, calabrese che ha prodotto diversi scritti sulla ‘ndrangheta. E’ vero che c’è un monopolio politico di “Libera” sul tema antimafia in Italia?
Se parli del tema in modo obiettivo, senza far riferimento né a destra né a sinistra ti ritrovi emarginato. Parlo del problema “Libera” che ha forti legami col potere politico. E’ molto grande come associazione e non sempre chi sta dentro è così immune dagli interessi che la politica esprime. Ha un sorta di monopolio. Se vai in contrasto con i loro referenti politici non ti invitano più a niente e diventi invisibile anche se ricevi, come me, minacce.
Sentiamo allora l’attore Giulio Cavalli, sotto scorta dopo le sue manifestazioni antimafia.
A me non è mai successo di essere escluso come Christian ma mi capita spesso di vedere eventi antimafia che sorvolano sulle connessioni politica-mafia locali. E’ facile parlare di Falcone e Borsellino e non voler vedere la mafia sotto casa in Lombardia, in Piemonte, in Liguria ed Emilia Romagna. Non mi stupisce che persone come Christian diventino scomode perché fanno nomi e cognomi. Come diceva Peppino Impastato “c’è un solo modo per fare antimafia, rompere la minchia!” Molte volte in contesti ipernoti per presenze criminali c’è chi non fa questo anche se fa antimafia. Allora è palese che c’è qualcosa che non va.
Ai nostri microfoni anche  Umberto Santino fondatore del Centro di documentazione "Giuseppe Impastato" di Palermo.
Abbiamo avuto frizioni con “Libera” ma su questioni di democrazia. “Libera” nomina i suoi rappresentanti senza eleggerli. Quando facevo parte della Rivista mensile Narcomafie dell’arcipelago di “Libera” e scrivevo su Repubblica Palermo posi la questione di dirigenti dell’associazione destituiti dai propri incarichi senza alcuna discussione. Anche se ci conoscevamo da molti anni, Don Ciotti mi fece telefonare da una responsabile, tale Manuela, per comunicarmi che ero ufficialmente sospeso dall’associazione. Mi sono dimesso subito daNarcomafie. Un altro conflitto simile è sorto quando abbiamo posto critiche a un sindaco leghista della provincia di Bergamo che pretestuosamente aveva rimosso l’intitolazione di un biblioteca a Peppino Impastato. Ci siamo ritrovati isolati da tutto il mondo che gravita intorno a “Libera” perché Don Ciotti sosteneva che c’erano buoni rapporti con il Ministro degli Interni Roberto Maroni. Avevo un rapporto ottimo con lui prima che ponessi quelle questioni di democrazia. Ma non c’è la possibilità discutere in quell’ambiente. Si adottano prassi rigide e di parte come ho viso solo in ambienti tardo clericali o in partiti veterocomunisti.

La domanda allora è: l’antimafia rischia di diventare uno strumento per dividersi e fare politica? Un modo per vedere il crimine solo nell’avversario?
Un rischio che corre anche l’Emilia Romagna dove il Dipartimento Investigativo Antimafia sostiene ci siano più attentati intimidatori che in Sicilia. Da quando l’Ente Regione eroga denaro per eventi antimafia si organizzano molti studi e momenti culturali sul fenomeno. Ma prima, quando questi fondi non esistevano, in Emilia non si poteva neanche parlare del fenomeno. Una coincidenza? Per le istituzioni in Emilia la mafia non esisteva o si diceva “era presente in modo marginale” quando invece ha profonde radici da decenni.
La situazione diventa ancora più problematica  quando nel mondo culturale antimafia emerge una sorta di monopolio su chi deve produrre attività. Di fatto il monopolio è di pertinenza dell’associazione “Libera” che esprime una forte capacità di azione sul territorio nazionale anche perché oltre all’attivismo di tanti militanti impegnati ha anche alle spalle grossi sponsor economici di area centrosinistra che in Emilia primeggiano. E ”Libera” oltre a tante iniziative di sensibilizzazione ha sviluppato progetti e iniziative antimafia traducendoli in prodotti di consumo che possiamo trovare in vendita negli scaffali dei supermercati Coop, come la pasta, i biscotti, i vini, in un ciclo virtuoso in cui la farina “che darà la pasta” è ottenuta dai terreni confiscati alla mafia. Tutto questo è molto bello e da sostenere! Meno bello ma sempre di notevole rilevanza sono invece gli episodi di discriminazione e isolamento nei confronti di coloro che fanno attività antimafia fuori dalla copertura politica di sinistra (ma sarebbe valido anche se questo riguardasse la destra o il centro).
L’evidenza dei fatti mostra che anche persone valorizzate da “Libera” si ritrovano poi implicate in fatti di crimine. Ora o l’antimafia è un problema importante che ci deve far andare fino in fondo alle questioni, senza titubanze, restando indipendenti dalla politica, oppure diventa principalmente uno strumento politico, visto che sentiamo politicamente più vicini alcuni soggetti invece di altri.
Dopo queste interviste stiamo cercando di contattare il presidente di “Libera” don Ciotti per sentire cosa pensa delle questioni affrontate e capire quale sia la sua opinione e versione dei fatti.

martedì 13 agosto 2013

Frati diventano broker e il convento brucia un milione e mezzo di euro. Aperta inchiesta


Benefattori americani, preti trasformati in agenti di 
borsa, conti correnti online svuotati. In una parola: veri e propri miracoli finanziari fatti con i soldi delle offerte dei fedeli. Succede al Santuario di San Francesco da Paola, in Calabria, dove dalconto corrente dei frati si è volatilizzato quasi un milione di euro per riapparire misteriosamente su quello della zia del promotore finanziario che curava proprio gli interessi del convento. Il procuratore Bruno Giordano ha aperto un’inchiesta per capire che fine abbiano fatto i soldi donati dai benefattori e che i frati del santuario custodivano sul conto 11232223 della Iwbank. Un milione e mezzo di euro che sarebbe stato gestito dal frate economo, Franco Russo, e dal consulente Massimiliano Cedolia la cui anziana zia, Carmelina Preite, avrebbe ricevuto un bonifico da 900mila euro proveniente dal conto corrente del santuario. Col resto dei soldi i frati giocavano in borsa e acquistavano le quote di società sportive, industrie statali e aziende private. Investimenti, neanche a dirlo, benedetti. Ma qualcosa non ha funzionato.
Sul posto i frati non commentano ma, a quanto pare, prima di essere trasferito a Roma il francescano economo aveva confidato ai confratelli un consistente ammanco causato da cattivi investimenti. Contattato telefonicamente, il promotore finanziario Cedolia declina ogni addebito e punta il dito contro i frati: “Non sono io – si giustifica al fattoquotidiano.it – il soggetto che ha alimentato questa spregevole attività”  di Lucio Musolino

Frati diventano broker e il convento brucia un milione e mezzo di euro. Aperta inchiesta


Benefattori americani, preti trasformati in agenti di 
borsa, conti correnti online svuotati. In una parola: veri e propri miracoli finanziari fatti con i soldi delle offerte dei fedeli. Succede al Santuario di San Francesco da Paola, in Calabria, dove dalconto corrente dei frati si è volatilizzato quasi un milione di euro per riapparire misteriosamente su quello della zia del promotore finanziario che curava proprio gli interessi del convento. Il procuratore Bruno Giordano ha aperto un’inchiesta per capire che fine abbiano fatto i soldi donati dai benefattori e che i frati del santuario custodivano sul conto 11232223 della Iwbank. Un milione e mezzo di euro che sarebbe stato gestito dal frate economo, Franco Russo, e dal consulente Massimiliano Cedolia la cui anziana zia, Carmelina Preite, avrebbe ricevuto un bonifico da 900mila euro proveniente dal conto corrente del santuario. Col resto dei soldi i frati giocavano in borsa e acquistavano le quote di società sportive, industrie statali e aziende private. Investimenti, neanche a dirlo, benedetti. Ma qualcosa non ha funzionato.
Sul posto i frati non commentano ma, a quanto pare, prima di essere trasferito a Roma il francescano economo aveva confidato ai confratelli un consistente ammanco causato da cattivi investimenti. Contattato telefonicamente, il promotore finanziario Cedolia declina ogni addebito e punta il dito contro i frati: “Non sono io – si giustifica al fattoquotidiano.it – il soggetto che ha alimentato questa spregevole attività”  di Lucio Musolino

sabato 10 agosto 2013

’Ndrangheta e rapporti con la Chiesa Gratteri: “Ci sono alcuni preti che chiudono un occhio, anche due”

Ad Ayas il procuratore della Dda
racconta come il potere delle cosche
si esprima anche attraverso la fede
Svelato un episodio di Aosta
STEFANO SERGI
CHAMPOLUC
Di fronte ai capimafia, ci sono preti che chiudono un occhio e preti che li chiudono tutti e due”. Nicola Gratteri, tornato per la seconda volta in tre mesi in Valle d’Aosta, sta studiando con il giornalista e scrittore Antonio Nicaso il delicatissimo fronte dei rapporti tra ’ndrangheta e religione per farne, forse, un altro dei libri di successo che il procuratore aggiunto della Dda di Reggio Calabria firma da tempo.  

E alla platea del tendone di Champoluc dove s’inaugura Ayas Cultura il magistrato, che è tra i massimi esperti europei dell’unica organizzazione criminale ramificata nei cinque continenti, regala spunti su cui riflettere parecchio, anche qui tra le montagne più alte d’Europa. Sì, perché il “la” al procuratore lo offre il giornalista Roberto Mancini raccontando un episodio accaduto ad Aosta tre anni fa: “I Nirta, gli stessi ora in carcere per traffico internazionale di cocaina, regalarono una statua della Madonna di Polsi alla parrocchia del Quartiere Dora, ma nessuno degli omaggiati si chiese il significato che Polsi ha per la ’ndrangheta né il perché di quel dono”. In quel santuario della Madonna di Polsi in pieno Aspromonte, nel Comune di San Luca, i capimafia si riuniscono ogni anno a settembre per discutere le strategie criminali. È considerato un luogo sacro non solo per i pellegrini ma anche per la ’ndrangheta.  

“Stiamo studiando il rapporto tra Chiesa e ’ndrangheta, ed emergono cose piuttosto spiacevoli per la Chiesa. Gli affiliati prima di uccidere pregano la Madonna di Polsi, i santini servono anche nei riti di iniziazione della ’ndrangheta. Non solo, nei bunker troviamo sempre immagini sacre, della Madonna di Polsi, di San Michele Arcangelo (che tra l’altro è il patrono della polizia, ndr) e, new entry, anche di Padre Pio. Per questo lo ’ndranghetista quando uccide è convinto di essere nel giusto”. Il motivo di questa inquietante vicinanza, in alcuni casi, tra clero e ’ndrangheta è da ricercarsi nella necessità, per il capomafia, di avere un controllo totale sul territorio. «Deve esternare il suo rapporto con i preti e con i vescovi, perché deve esternare il potere. Il capomafia deve dimostrare di essere alla pari con il potere legale e quindi anche con la Chiesa. Altrimenti perché fanno a gara a chi porta la statua della santa alla processione? E perché quando il corteo sfila davanti alla casa del capomafia, il figlio di questo offre una banconota da 500 euro come dono? E perché comprano i banchi e ristrutturano le facciate delle chiese? Perché questo è potere, non è essere cristiani. Ed è qui che i preti chiudono un occhio e a volte pure due».  

Il procuratore di Reggio Calabria spiega che un capomafia ha due ossessioni: “Far studiare i figli, e farli sposare. A lui manca il pedigree, per questo cerca il riscatto sociale attraverso i suoi eredi, li manda nelle Università più prestigiose”. E qui emerge quello che per Gratteri è “il dramma di oggi”: l’epoca dei mafiosi incensurati. “Scordatevi l’uomo con la coppola, perché o è morto o è al 41 bis (il regime di carcere duro previsto per i mafiosi, ndr). Oggi ci sono i suoi figli, che magari sono medici e gestiscono un ospedale come se fosse cosa loro, non cosa di tutti. E decidono se e quando tu hai diritto a curarti e come. E sono tutti incensurati. Questo è il grande problema”. Dopo aver stroncato con un paio di frasi buona parte dei giornalisti italiani (“non fanno più inchieste, si accontentano delle veline, non approfondiscono nulla”) Gratteri dribbla il pensiero comune del “tutta colpa dei politici” e spiega: “Molte volte ci lamentiamo della politica, ma è una visione inesatta e parziale. Il vero cancro è la pubblica amministrazione, i burocrati, quei “comitati di pietra” che sono sempre lì nello stesso posto a chiederti la mazzetta se vuoi che l’istruttoria per il trattore vada avanti. Ed ecco perché non si vuole informatizzare nulla, perché poi qualunque cittadino potrebbe vedere on line a che punto sta la sua domanda e denunciare se si accorge di stranezze. Su questo tema insisto da 15 anni, sembro un disco rotto. Senza informatizzazione, non si risolverà nulla. L’Arma dei carabinieri spende milioni di euro l’anno per inviare personale in tutta Italia per notificare atti giudiziari che potrebbero essere trasmessi con posta elettronica certificata”.  

Si discute molto, di questi tempi, della Corte di Cassazione “intasata - spiega Gratteri - da una miriade di cause che hanno come unico obiettivo il trascorrere del tempo per raggiungere la prescrizione. Soltanto a Roma, c’è lo stesso numero di avvocati che ha l’intera Francia. E pensate a quanti legali sono diventati parlamentari. Secondo voi si farà mai una riforma?”.  

Le recenti inchieste dei carabinieri sulla ’ndrangheta in Valle d’Aosta hanno ispirato a livello locale anche polemiche a più livelli sull’opportunità di continuare a finanziare con soldi pubblici la celebre (e frequentatissima) Festa dei calabresi perché l’organizzatore, l’imprenditore Giuseppe Tropiano, è tra i coinvolti e ha già rimediato una condanna in primo grado per favoreggiamento. Ma il rischio di generalizzazioni è dietro l’angolo e Gratteri, che è nato nella Locride, nella sua lunga conferenza di Champoluc ha usato l’arma dell’ironia per allontanare pericolose e fuorvianti degenerazioni sul binomio Calabria-’Ndrangheta: “I calabresi violenti? È falso, è gente pacifica e la dimostrazione è la calma con cui aspetta la conclusione dei lavori sulla Salerno-Reggio Calabria”.

’Ndrangheta e rapporti con la Chiesa Gratteri: “Ci sono alcuni preti che chiudono un occhio, anche due”

Ad Ayas il procuratore della Dda
racconta come il potere delle cosche
si esprima anche attraverso la fede
Svelato un episodio di Aosta
STEFANO SERGI
CHAMPOLUC
Di fronte ai capimafia, ci sono preti che chiudono un occhio e preti che li chiudono tutti e due”. Nicola Gratteri, tornato per la seconda volta in tre mesi in Valle d’Aosta, sta studiando con il giornalista e scrittore Antonio Nicaso il delicatissimo fronte dei rapporti tra ’ndrangheta e religione per farne, forse, un altro dei libri di successo che il procuratore aggiunto della Dda di Reggio Calabria firma da tempo.  

E alla platea del tendone di Champoluc dove s’inaugura Ayas Cultura il magistrato, che è tra i massimi esperti europei dell’unica organizzazione criminale ramificata nei cinque continenti, regala spunti su cui riflettere parecchio, anche qui tra le montagne più alte d’Europa. Sì, perché il “la” al procuratore lo offre il giornalista Roberto Mancini raccontando un episodio accaduto ad Aosta tre anni fa: “I Nirta, gli stessi ora in carcere per traffico internazionale di cocaina, regalarono una statua della Madonna di Polsi alla parrocchia del Quartiere Dora, ma nessuno degli omaggiati si chiese il significato che Polsi ha per la ’ndrangheta né il perché di quel dono”. In quel santuario della Madonna di Polsi in pieno Aspromonte, nel Comune di San Luca, i capimafia si riuniscono ogni anno a settembre per discutere le strategie criminali. È considerato un luogo sacro non solo per i pellegrini ma anche per la ’ndrangheta.  

“Stiamo studiando il rapporto tra Chiesa e ’ndrangheta, ed emergono cose piuttosto spiacevoli per la Chiesa. Gli affiliati prima di uccidere pregano la Madonna di Polsi, i santini servono anche nei riti di iniziazione della ’ndrangheta. Non solo, nei bunker troviamo sempre immagini sacre, della Madonna di Polsi, di San Michele Arcangelo (che tra l’altro è il patrono della polizia, ndr) e, new entry, anche di Padre Pio. Per questo lo ’ndranghetista quando uccide è convinto di essere nel giusto”. Il motivo di questa inquietante vicinanza, in alcuni casi, tra clero e ’ndrangheta è da ricercarsi nella necessità, per il capomafia, di avere un controllo totale sul territorio. «Deve esternare il suo rapporto con i preti e con i vescovi, perché deve esternare il potere. Il capomafia deve dimostrare di essere alla pari con il potere legale e quindi anche con la Chiesa. Altrimenti perché fanno a gara a chi porta la statua della santa alla processione? E perché quando il corteo sfila davanti alla casa del capomafia, il figlio di questo offre una banconota da 500 euro come dono? E perché comprano i banchi e ristrutturano le facciate delle chiese? Perché questo è potere, non è essere cristiani. Ed è qui che i preti chiudono un occhio e a volte pure due».  

Il procuratore di Reggio Calabria spiega che un capomafia ha due ossessioni: “Far studiare i figli, e farli sposare. A lui manca il pedigree, per questo cerca il riscatto sociale attraverso i suoi eredi, li manda nelle Università più prestigiose”. E qui emerge quello che per Gratteri è “il dramma di oggi”: l’epoca dei mafiosi incensurati. “Scordatevi l’uomo con la coppola, perché o è morto o è al 41 bis (il regime di carcere duro previsto per i mafiosi, ndr). Oggi ci sono i suoi figli, che magari sono medici e gestiscono un ospedale come se fosse cosa loro, non cosa di tutti. E decidono se e quando tu hai diritto a curarti e come. E sono tutti incensurati. Questo è il grande problema”. Dopo aver stroncato con un paio di frasi buona parte dei giornalisti italiani (“non fanno più inchieste, si accontentano delle veline, non approfondiscono nulla”) Gratteri dribbla il pensiero comune del “tutta colpa dei politici” e spiega: “Molte volte ci lamentiamo della politica, ma è una visione inesatta e parziale. Il vero cancro è la pubblica amministrazione, i burocrati, quei “comitati di pietra” che sono sempre lì nello stesso posto a chiederti la mazzetta se vuoi che l’istruttoria per il trattore vada avanti. Ed ecco perché non si vuole informatizzare nulla, perché poi qualunque cittadino potrebbe vedere on line a che punto sta la sua domanda e denunciare se si accorge di stranezze. Su questo tema insisto da 15 anni, sembro un disco rotto. Senza informatizzazione, non si risolverà nulla. L’Arma dei carabinieri spende milioni di euro l’anno per inviare personale in tutta Italia per notificare atti giudiziari che potrebbero essere trasmessi con posta elettronica certificata”.  

Si discute molto, di questi tempi, della Corte di Cassazione “intasata - spiega Gratteri - da una miriade di cause che hanno come unico obiettivo il trascorrere del tempo per raggiungere la prescrizione. Soltanto a Roma, c’è lo stesso numero di avvocati che ha l’intera Francia. E pensate a quanti legali sono diventati parlamentari. Secondo voi si farà mai una riforma?”.  

Le recenti inchieste dei carabinieri sulla ’ndrangheta in Valle d’Aosta hanno ispirato a livello locale anche polemiche a più livelli sull’opportunità di continuare a finanziare con soldi pubblici la celebre (e frequentatissima) Festa dei calabresi perché l’organizzatore, l’imprenditore Giuseppe Tropiano, è tra i coinvolti e ha già rimediato una condanna in primo grado per favoreggiamento. Ma il rischio di generalizzazioni è dietro l’angolo e Gratteri, che è nato nella Locride, nella sua lunga conferenza di Champoluc ha usato l’arma dell’ironia per allontanare pericolose e fuorvianti degenerazioni sul binomio Calabria-’Ndrangheta: “I calabresi violenti? È falso, è gente pacifica e la dimostrazione è la calma con cui aspetta la conclusione dei lavori sulla Salerno-Reggio Calabria”.

mercoledì 7 agosto 2013

Cannabis, regione Liguria approva legge per erogazione farmaci

E' la seconda regione dopo la Toscana ad approvare una norma per fornire i farmaci per scopi terapeutici. Proposta da Fds-Sel la norma è stata accolta dal Consiglio Regionale per inserire i farmaci nel servizio regionale rendendoli accessibili ai pazienti.

La Liguria è la seconda regione dopo la Toscana ad approvare una legge per l’erogazione dei farmaci a base di cannabinoidi per scopi terapeutici. Proposta da Fds-Sel, è stata accolta dal Consiglio Regionale per inserire i farmaci nel servizio regionale rendendoli accessibili ai pazienti. Soddisfatti i consiglieri della Sinistra Conti e Benzi e Rossi. Solo qualche giorno fa diciotto società scientifiche italiane avevano firmato un documento in cui venivano i farmaci a basa di cannabis definiti di seconda scelta.
La legge stabilisce che “la Regione Liguria detti le disposizioni organizzative relative all’utilizzo dei farmaci cannabinoidi per finalità terapeutiche da parte degli operatori e delle strutture del servizio sanitario regionale, salvaguardando l’autonomia e la responsabilità del medico nella scelta terapeutica e dell’evidenza scientifica”. Secondo il provvedimento i derivati della Cannabis, sotto forma di specialità medicinali o di preparati galenici magistrali, possono essere prescritti dal medico specialista in anestesia e rianimazione, oncologia e neurologia. I farmaci cannabinoidi sono a carico del servizio sanitario regionale e sono prescritti dai medici di medicina generale solo in seguito a una indicazione terapeutica formulata dai medici specialisti cui lo specialista stabilisce la durata del piano terapeutico e la sua ripetibilità.
Anche i medici specialisti operanti nei centri di cure palliative pubblici e convenzionati possono fare la prescrizione. Secondo il provvedimento l’inizio del trattamento può avvenire in ospedale o in strutture a esso assimilabili, compresi day-hospital e ambulatori; i farmaci sono acquistati dalla farmacia ospedaliera a carico del servizio sanitario regionale, anche nel caso del prolungamento della cura dopo la dimissione del paziente. Le strutture di ricovero ospedaliero accreditato devono assistere i medici nella reperibilità dei farmaci. In ambito domiciliare, in caso di cura realizzata con queste modalità ma utilizzando farmaci esteri importati, il farmacista del servizio pubblico consegna direttamente i farmaci importati al medico o al paziente, dietro pagamento del solo prezzo di costo richiesto dal produttore e delle spese accessorie riportate nella fattura estera. Nel caso dipreparazioni galeniche magistrali per un utilizzo extra-ospedaliero, fornite da farmacie private su presentazione di prescrizione del medico specialista, la spesa per la terapia è a carico del paziente, quando è prescritta su ricettario bianco. La spesa resta a carico del servizio sanitario regionale solo qualora il medico che fa la prescrizione sia alle dipendenze del servizio pubblico e utilizzi il ricettario del servizio sanitario regionale per la prescrizione magistrale.  
Nel caso di inizio del trattamento in ambito ospedaliero o assimilato, il paziente in condizione dicronicità può proseguire il trattamento domiciliare senza spese presentando alla farmacia ospedaliera ogni mese una nuova ricetta, o ogni tre mesi se utilizza farmaci importati, redatta da uno dei medici ospedalieri che lo hanno in cura. Nel caso di trattamento avviato in ambito domiciliare, la terapia inizia o continua presentando ogni tre mesi la prescrizione redatta dal medico di medicina generale, su indicazione dello specialista, alla farmacia della Asl del territorio di residenza del paziente. Il rinnovo della prescrizione è in ogni caso subordinato ad unavalutazione positiva di efficacia e sicurezza da parte del medico che la prescrive, valutata la variabilità individuale dell’efficacia terapeutica. La legge è stata presentata dai consiglieri Alessandro Benzi e Conti (Federazione della sinistra) e Matteo Rossi (Sel). Ai firmatari si è poi aggiunto Stefano Quaini (Idv). Sono stati approvati due emendamenti integrativi proposti dall’assessore alla salute, Claudio Montaldo. Uno, in particolare, consente anche ai medici oculisti di prescrivere questi farmaci. Nei giorni scorsi invece la città di Los Angeles ha praticamente bandito la marijuana terapeutica restringendo anche la comunque possibile coltivazione. 

Ior e riciclaggio, partono rogatorie verso S.Sede


Tornato dal Brasile il Papa ha trovato i consueti guai. La magistratura torna all'attacco, intanto lo Ior sbarca sul web e in Slovenia una diocesi fa un crack da paura.

Di Francesco Peloso 

Quest'articolo è apparso anche sul Secolo XIX del primo agosto 

Lo Ior va sul web, apre il suo sito e chiarisce che l'opera di trasparenza non sono solo parole ma è un fatto concreto. Nelle stesse ore, però, i giudici romani che indagano sulle transizioni di denaro sospette in cui è coinvolto l'istituto, fanno sapere di aver chiesto che siano avviate le rogatorie internazionali nei confronti della Santa Sede. L'obiettivo è quello di conoscere ogni particolare di quei traffici finanziari al centro dei quali si trova monsignor Nunzio Scarano, il prelato agli arresti da diversi giorni, coinvolto in varie indagini, e su cui pende anche l'accusa riciclaggio. E' ancora di ieri, infine, la notizia che una piccola diocesi slovena, quella di Maribor, è protagonista di un clamoroso dissesto finanziario, un crack da 800 milioni di euro, che sta mettendo in difficoltà il Vaticano.

Il Papa ha intanto chiesto e ottenuto le dimissioni degli arcivescovi di Maribor, Marjan Turnsek, e di Lubiana, Anton Stres; il tutto è stato causato dagli investimenti spericolati e dalle rischiose avventure finanziarie in cui si era lanciata la diocesi negli ultimi decenni. Dunque appena conclusa la trasferta brasiliana di Francesco, i problemi aperti Oltretevere, a cominciare da quelli finanziari, sono nuovamente esplosi con tutta la loro urgenza.

La politica di trasparenza avviata dalla Santa Sede ha favorito l'apertura del sito web dello Ior (www.ior.va) nel quale il presidente Ernst Von Freyberg, afferma fra le altre cose: "Lo Ior è impegnato in un processo di ampie riforme volto a promuovere l'applicazione dei più rigorosi standard del settore". "Il processo in questione - si spiega - comprende l'implementazione di misure severe contro le attività di riciclaggio di denaro e l'ottimizzazione della nostra organizzazione interna. Stiamo altresì eseguendo una revisione totale dei conti dei nostri clienti, con l'obiettivo di cessare i rapporti non conformi ai nostri severi standard". L'enunciazione pubblica sembra non lasciare spazio per passi indietro.

D'altro canto a ciò si aggiunga che l'Aif l'autorità di controllo finanziaria interna ai sacri palazzi, e la Uif, l'organo corrispondente della Banca d'Italia, nei giorni scorsi hanno sottoscritto un accordo di collaborazione, segno che qualcosa si muove davvero. Inoltre sul sito dello Ior si può apprendere finalmente una cifra reale. Il totale del patrimonio gestito dall'istituto è di 7,1 miliardi di euro, in gran parte appartiene a istituzioni ecclesiali, ma c'è anche un 15% che fa riferimento a persone fisiche. Lo Ior agisce - fra l'altro - gestendo fondi, operando su titoli a tasso fisso e titoli di Stato e su depositi nel mercato interbancario, ma soprattutto ogni anno interviene in modo significativo per sanare i debiti derivanti dai costi di gestione della Santa Sede. Si tratta di un fatto di cui nella riforma dell'istituto si dovrà tener conto, sono risorse che non possono essere cancellate da un giorno all'altro.

In quanto alle rogatorie chieste dalla Procura di Roma riguardano oltre che monsignor Scarano e il Vaticano, anche il suo complice, il broker Giovanni Carenzio e la Spagna, dove Carenzio ha procedimenti pendenti. La vicenda è quella del tentato trasferimento di 20 milioni dalla Svizzera a un conto sullo Ior riconducibile a monsignor Scarano.

Infine il caso della diocesi slovena di Maribor: qui si delinea un buco mostruoso di 800 milioni di euro, venti milioni riguarderebbero direttamente la diocesi, il resto le ditte collegate (holding, banche, società commerciali). Migliaia di piccoli investitori hanno perso i loro risparmi e le banche hanno chiesto la confisca degli immobili ipotecati. Tuttavia l'allarme nei sacri palazzi è scaturito dall'ipotesi che i creditori possano, per via giudiziaria, rivolgesi al Vaticano per essere risarciti.

Ior e riciclaggio, partono rogatorie verso S.Sede


Tornato dal Brasile il Papa ha trovato i consueti guai. La magistratura torna all'attacco, intanto lo Ior sbarca sul web e in Slovenia una diocesi fa un crack da paura.

Di Francesco Peloso 

Quest'articolo è apparso anche sul Secolo XIX del primo agosto 

Lo Ior va sul web, apre il suo sito e chiarisce che l'opera di trasparenza non sono solo parole ma è un fatto concreto. Nelle stesse ore, però, i giudici romani che indagano sulle transizioni di denaro sospette in cui è coinvolto l'istituto, fanno sapere di aver chiesto che siano avviate le rogatorie internazionali nei confronti della Santa Sede. L'obiettivo è quello di conoscere ogni particolare di quei traffici finanziari al centro dei quali si trova monsignor Nunzio Scarano, il prelato agli arresti da diversi giorni, coinvolto in varie indagini, e su cui pende anche l'accusa riciclaggio. E' ancora di ieri, infine, la notizia che una piccola diocesi slovena, quella di Maribor, è protagonista di un clamoroso dissesto finanziario, un crack da 800 milioni di euro, che sta mettendo in difficoltà il Vaticano.

Il Papa ha intanto chiesto e ottenuto le dimissioni degli arcivescovi di Maribor, Marjan Turnsek, e di Lubiana, Anton Stres; il tutto è stato causato dagli investimenti spericolati e dalle rischiose avventure finanziarie in cui si era lanciata la diocesi negli ultimi decenni. Dunque appena conclusa la trasferta brasiliana di Francesco, i problemi aperti Oltretevere, a cominciare da quelli finanziari, sono nuovamente esplosi con tutta la loro urgenza.

La politica di trasparenza avviata dalla Santa Sede ha favorito l'apertura del sito web dello Ior (www.ior.va) nel quale il presidente Ernst Von Freyberg, afferma fra le altre cose: "Lo Ior è impegnato in un processo di ampie riforme volto a promuovere l'applicazione dei più rigorosi standard del settore". "Il processo in questione - si spiega - comprende l'implementazione di misure severe contro le attività di riciclaggio di denaro e l'ottimizzazione della nostra organizzazione interna. Stiamo altresì eseguendo una revisione totale dei conti dei nostri clienti, con l'obiettivo di cessare i rapporti non conformi ai nostri severi standard". L'enunciazione pubblica sembra non lasciare spazio per passi indietro.

D'altro canto a ciò si aggiunga che l'Aif l'autorità di controllo finanziaria interna ai sacri palazzi, e la Uif, l'organo corrispondente della Banca d'Italia, nei giorni scorsi hanno sottoscritto un accordo di collaborazione, segno che qualcosa si muove davvero. Inoltre sul sito dello Ior si può apprendere finalmente una cifra reale. Il totale del patrimonio gestito dall'istituto è di 7,1 miliardi di euro, in gran parte appartiene a istituzioni ecclesiali, ma c'è anche un 15% che fa riferimento a persone fisiche. Lo Ior agisce - fra l'altro - gestendo fondi, operando su titoli a tasso fisso e titoli di Stato e su depositi nel mercato interbancario, ma soprattutto ogni anno interviene in modo significativo per sanare i debiti derivanti dai costi di gestione della Santa Sede. Si tratta di un fatto di cui nella riforma dell'istituto si dovrà tener conto, sono risorse che non possono essere cancellate da un giorno all'altro.

In quanto alle rogatorie chieste dalla Procura di Roma riguardano oltre che monsignor Scarano e il Vaticano, anche il suo complice, il broker Giovanni Carenzio e la Spagna, dove Carenzio ha procedimenti pendenti. La vicenda è quella del tentato trasferimento di 20 milioni dalla Svizzera a un conto sullo Ior riconducibile a monsignor Scarano.

Infine il caso della diocesi slovena di Maribor: qui si delinea un buco mostruoso di 800 milioni di euro, venti milioni riguarderebbero direttamente la diocesi, il resto le ditte collegate (holding, banche, società commerciali). Migliaia di piccoli investitori hanno perso i loro risparmi e le banche hanno chiesto la confisca degli immobili ipotecati. Tuttavia l'allarme nei sacri palazzi è scaturito dall'ipotesi che i creditori possano, per via giudiziaria, rivolgesi al Vaticano per essere risarciti.