mercoledì 6 giugno 2012

Il terremoto dell'ENI?


Il Presidente dell'Adusbef e Senatore (IdV) Elio Lannutti ha presentato un'interrogazione ai Ministri Clini e Passera in merito alla correlazione tra operazioni di stoccaggio gas in Emilia Romagna e terremoto

Qui di seguito il testo completo dell'interrogazione visibile anche sul blog del Senatore.
Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-07515
Atto n. 4-07515
Pubblicato il 22 maggio 2012, nella seduta n. 727
http://www.senato.intranet/loc/link.asp?leg=16&tipodoc=sanasen&id=17211Ai Ministri dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare e dello Sviluppo Economico. 
Premesso che:
come il terremoto de L’Aquila. Anche se, fortunatamente, le conseguenze sono molto meno gravi. Una scossa di magnitudo 6 ha fatto tremare alle ore 4.05 del 20 maggio 2012 tutto il Nord Italia, seminando morte e distruzione in Emilia: l’epicentro del sisma viene individuato a 36 chilometri a nord di Bologna, tra le province di Modena e Ferrara. Finale Emilia, nel modenese, e Sant’Agostino, nel ferrarese, sono i centri più colpiti. Sotto le macerie rimangono quattro operai e un’ultracentenaria, mentre una cittadina tedesca di 37 anni e una donna di 86 anni muoiono per un malore legato ai crolli. Almeno 50 i feriti. Alla prima scossa, avvertita anche in Lombardia, Liguria, Toscana e Triveneto, ne seguono molte altre, un’ottantina. La più forte, di intensità pari a 5.1, nel primo pomeriggio. Migliaia di persone rimangono per strada. Secondo le stime della Protezione civile relativamente alle vittime del terremoto sono 7 i morti e 4.000 gli sfollati tra le zone che interessano il modenese e il ferrarese;
è possibile che non ci sia alcun nesso tra il terremoto ed il fenomeno dell’abbassamento del mare, denominato “subsidenza”;
secondo quanto si apprende su Wikipedia, «La subsidenza o subsistenza è un lento e progressivo abbassamento verticale del fondo di un bacino marino o di un’area continentale. Il fenomeno è particolarmente evidente nelle aree di geosinclinale dove l’attiva sedimentazione produce imponenti serie detritiche, con spessori che possono essere di migliaia di metri; ciò è spiegabile solo ammettendo un lento abbassamento del bacino simultaneamente alla deposizione e all’accumulo dei sedimenti. La subsidenza rappresenta il progressivo abbassamento del piano campagna dovuto alla compattazione dei materiali. Può essere di due tipi: naturale: i sedimenti sono molto porosi e tendono a comprimersi, riducendosi di volume e quindi abbassarsi se hanno sopra un carico; indotta: l’uomo estrae acqua, petrolio o gas dal terreno diminuendo la pressione dei fluidi interstiziali residui, si ha quindi un assestamento del terreno. Legate alla subsidenza sono anche le barriere coralline la cui formazione è dovuta a organismi costruttori di basse profondità (da 0 a poche decine di metri); a mano a mano che le barriere sprofondano, i coralli costruiscono nuovo materiale per la necessità di rimanere all’interno della zona fotica, vivendo in simbiosi con microalghe. Si possono avere fenomeni di subsidenza anche in aree epicontinentali e in zone deltizie e lagunari. Per spiegare la subsidenza sono state avanzate diverse ipotesi: l’ipotesi isostatica secondo cui il peso stesso, l’assestamento del materiale incoerente, le oscillazioni dei livelli di falda porterebbero allo sprofondamento del substrato; processi tettonici; la teoria dei moti di convezione subcrostali, i quali trascinerebbero parte del sovrastante materiale sialico, inglobandola; la teoria della corrosione della base della litosfera prodotta dalla sottostante astenosfera. Le prime due ipotesi sono le più accreditate e potrebbero entrambe spiegare le diverse forme di subsidenza osservabili nel nostro pianeta. L’abbassamento del suolo può essere legato anche ad alcuni aspetti dell’attività antropica che possono influenzare in modo considerevole il fenomeno o addirittura determinarne l’innesco. La subsidenza indotta dall’uomo si manifesta in genere in tempi relativamente brevi (anche poche decine di anni), con effetti che possono compromettere fortemente opere ed attività umane. Le cause più diffuse sono essenzialmente lo sfruttamento eccessivo delle falde acquifere, l’estrazione di idrocarburi, le bonifiche idrogeologiche. Il grado di antropizzazione di un’area, già di per sé predisposta geologicamente alla subsidenza, può sia influenzare tale fenomeno, sia esserne condizionato. In Italia vi sono diverse aree interessate dalla subsidenza come la Pianura Padano-Veneta (inclusi i margini meridionali dei laghi alpini) o molte piane costiere (ad esempio la Pianura Pontina). Negli ultimi tempi anche la valle dell’Aniene, in provincia di Roma, è gravemente interessata da fenomeni simili. Ben noti e oggetto di particolare attenzione per la loro rilevanza economica e artistica sono i casi di Venezia e Ravenna. Qui hanno interagito negativamente processi naturali e attività antropiche. Pur essendo attualmente sotto stretto controllo, difficilmente si potrà completamente arrestare il fenomeno, essendo connesso a processi diagenetici, tettonici e di riequilibrio isostatico. Per contrastare gli effetti della subsidenza, è innanzitutto opportuno misurarla con precisione, cercando di dividerne le diverse componenti (naturale, tettonica, da compattazione superficiale, antropica etc). A tale scopo è importante prevedere in aree considerate a rischio un adeguato monitoraggio che misuri con precisione sufficiente i movimenti verticali del suolo. Tale monitoraggio viene effettuato ad oggi attraverso l’utilizzo comparato e complementare (in quanto nessuna delle metodologie è di per sé esaustiva del fenomeno che intende caratterizzare) di sofisticate metodologie di misurazione»;
si legge ancora: «Una relazione del Consorzio di Bonifica Delta Po Adige fornisce alcuni dati per comprendere meglio la portata dell’intervento dell’uomo su un territorio che era per la sua natura alluvionale già soggetto a fenomeni di subsidenza naturali. Dagli anni ’30 e soprattutto negli anni ’40 e ’50, fino alla sospensione decisa dal Governo nel 1961, furono estratti anche nel territorio del Delta del Po miliardi di m³ di metano e gas naturali. L’estrazione avveniva da centinaia di pozzi (una trentina nel Delta) che non raggiungevano i 1000 metri di profondità. Tramite dei manufatti in calcestruzzo, in parte ancora visibili su territorio, il gas veniva inviato alle centrali di compressione, mentre l’acqua salata (1 m³ di acqua per ogni m³ di gas estratto) veniva scaricata nei fossi e negli scoli. Dal 1954 al 1958 furono estratti 230 milioni di m³ di gas per anno; nel 1959 si salì a 300 milioni. Dal 1951 al 1960 furono misurati abbassamenti medi del suolo di un metro con punte di due metri; nonostante la sospensione delle estrazioni del 1961 il territorio continuò a calare molto nei 15 anni successivi; dall’inizio degli anni ’50 a metà degli anni ’70 il territorio è calato mediamente di oltre 2 metri sino a punte di 3,5 metri. Rilievi recenti dell’Istituto di Topografia della Facoltà di Ingegneria dell’Università di Padova hanno stabilito che i territori deltizi dell’Isola di Ariano e dell’Isola della Donzella si sono ulteriormente abbassati di 0,5 metri che vanno ad aggiungersi ai 2 – 3 metri sotto il livello del mare del territorio. Le conseguenze della subsidenza, anche sotto il profilo economico, sono facilmente immaginabili (…) sulle arginature: il terreno che si abbassa trascina con sé anche gli argini. Questo causa minor spessore delle fiancate di sicurezza degli stessi, maggiori spinte dell’acqua, maggiore possibilità di formazione di fontanazzi e tracimazioni, maggiori possibilità di cedimenti degli argini. Le infiltrazioni sono calcolate in 70 litri al secondo per Km di argine. Le rotte del Po: l’Alluvione del Polesine del novembre 1951, le due rotte del Po di Goro nell’Isola di Ariano, la rottura dell’argine a mare in Comune di Porto Tolle, altre rotte di altri rami, avvennero negli anni in cui si estraeva il metano. Fu necessario rialzare e allargare gli argini dei fiumi (480 km) e gli argini a mare (80 km), con una spesa stimata di 3.300 milioni per gli argini di tutto il Polesine. (…) fu necessario ricostruire tutto il sistema di scolo con ricalibrazione delle sezioni e delle pendenze necessarie, demolire e ricostruire manufatti, chiaviche, ponti sui canali e sugli scoli, ricostruire o adeguare ai nuovi livelli dell’acqua le idrovore, con una spesa stimata di 700 milioni di Euro. Il Delta e gli altri territori del comprensorio del Consorzio di Bonifica Delta Po Adige (Comuni del Delta più Rosolina e un piccolissima parte di Chioggia) vengono mantenuti asciutti da 38 idrovore e 117 pompe, con una capacità di sollevamento di 200mila litri al secondo, con una spesa di 1.600.000 Euro per anno di sola energia elettrica, per una altezza media di sollevamento acque maggiore di 4 metri»;
considerato che:
l’8 novembre 2011 sul link di “blogosfere” è pubblicata la seguente notizia, dal titolo «Clamoroso: “Il nostro fracking causa terremoti”», firmato da Debora Billi, in cui si legge: «”Quindi abbiamo la certezza: il fracking può causare terremoti. È il caso di pensare bene se praticare una simile attività anche in Italia, con buona pace di chi invoca “le nuove tecnologie estrattive” come panacea per i problemi energetici del Belpaese. Polemiche negli States, questa settimana, per il terremoto record di magnitudo 5,6 che ha scosso l’Oklahoma, ultimo di una serie di fenomeni analoghi in una zona che è considerata da sempre geologicamente tranquilla. Il Los Angeles Times ha posto sul tavolo la questione del fracking, estrazione di gas di scisti, come causa potenziale, seguito da molti altri giornali del Paese. Anche l’Oklahoma Geological Survey ha studiato uno sciame sismico nella zona di Garvin, a gennaio scorso, concludendo che: La forte correlazione nel tempo e nello spazio, così come la ragionevole coincidenza con il modello fisico suggeriscono che ci sia una possibilità che questi terremoti siano causati dall’hydraulic fracturing. Non c’è voluto molto perché gli esperti si affrettassero a smentire, sostenendo che il terremoto dell’Oklahoma è stato troppo forte perché la responsabilità fosse del fracking. Insomma, il solito balletto di “fa male-non fa male”, con rimpalli tra esperti come accade spesso per attività pericolose ma redditizie. Stavolta, però, subentra la variabile impazzita: ovvero, una compagnia petrolifera che si occupa di fracking e che ammette nero su bianco che le sue trivellazioni causano terremoti, come da titolone su Business Insider. Il comunicato della Cuadrilla Resources dice infatti: L’attività di fracturing del pozzo Cuadrilla’s Preese Hall-1 ha scatenato un certo numero di eventi sismici minori. Gli eventi sismici sono stati causati da un’inusuale geologia al sito del pozzo combinata con la pressione esercitata dalle iniezioni d’acqua previste dalle operazioni. Quindi abbiamo la certezza: il fracking può causare terremoti»;
venerdì 18 luglio 2008, sullo stesso blog, la stessa Billi firma un pezzo intitolato “Gas in Adriatico. Romantici e poco realisti” scrivendo: «Davanti a Porto Tolle, una collana di giacimenti dai soavi nomi di donna, a testimonianza di quanto siano romantici gli uomini ENI che io ho tanto in simpatia (…) È proprio uno di loro che mi confessa: “La stima è 30 miliardi di metri cubi totali di metano. Una cifra equivalente a soli 6 mesi di consumo italiano. Ci vorranno, naturalmente ad occhio, almeno 3 miliardi di euro per fare tutte le piattaforme di trivellazione. E minimo minimo 20 anni per estrarre tutto il prezioso gas. Se noi spalmiamo le 24 settimane presenti in 6 mesi su tutti i 20 anni, scopriamo che questi giacimenti saranno in grado di coprire appena 10 giorni l’anno del consumo totale italiano di gas. Se fossi più brava a fare i conti andrei a scoprire quanto gas si può comprare con i 3 miliardi di euro necessari a costruire le piattaforme. E a questi aggiungerei i miliardi che serviranno per cercare di tamponare la subsidenza, ovvero l’abbassamento dei terreni che poggiano sull’area interessata. E poi gli altri quattrini per eventuali sversamenti nell’ecosistema circostante. E infine, ad esser pessimisti, i soldi buttati per il Mose che a questo punto potrebbe non servire proprio più a nulla: già avevano sbagliato i calcoli prima, figuriamoci con la variabile delle piattaforme»,
si chiede di sapere:
  • se il Governo possa escludere che le scosse telluriche di magnitudo 6, che hanno fatto tremare il 20 maggio 2012 tutto il Nord Italia, seminando morte e distruzione in Emilia, siano state causate dal fenomeno denominato subsidenza;
  • se gli abbassamenti del suolo fino a 2 metri, registrati dal 1951 al 1960, arrivate a punte di 3,5 metri a metà degli anni ’70, secondo i recenti rilievi dell’Istituto di topografia della facoltà di Ingegneria dell’Università di Padova, che hanno stabilito che i territori deltizi dell’isola di Ariano e dell’isola della Donzella si sono ulteriormente abbassati di 0,5 metri che vanno ad aggiungersi ai 2-3 metri sotto il livello del mare del territorio, non siano stati la concausa delle scosse telluriche;
  • se l’estrazione metanifera non abbia determinato i fenomeni di alluvione con le due rotte del Po di Goro nell’isola di Ariano, la rottura dell’argine a mare a Porto Tolle, altre rotte di altri rami, la cui ricostruzione è costata oltre 4 miliardi di euro di opere, come il rialzo e l’allargamento degli argini dei fiumi (480 chilometri) e gli argini a mare (80 chilometri), il rifacimento del sistema di scolo con ricalibrazione delle sezioni e delle pendenze necessarie, demolizione e ricostruzione dei manufatti, fogne, ponti sui canali e sugli scoli, adeguamento ai nuovi livelli dell’acqua delle idrovore, e se non sia stata la causa principale dell’alluvione del Polesine nel novembre 1951;
  • se il mare Adriatico sia oggetto di perforazioni, trivellazioni e ricerche estrattive (da parte dell’Eni e/o altre multinazionali) che possano essere concausa dei fenomeni tellurici, e se il Governo possa escludere eventuali fenomeni di fracking, come quelli descritti e responsabili dei terremoti in America;
  • quali misure urgenti intenda attivare per mettere in campo una politica più virtuosa nella tutela dell’ambiente e nella difesa del territorio e del mare, a giudizio dell’interrogante depredati da interessi contingenti e dall’avidità di guadagno di multinazionali, che rischiano di provocare danni enormi per le nuove generazioni.
FONTE Savonanews