sabato 9 giugno 2012

Il testamento biologico e gli interessi della chiesa


Per un ricovero in una struttura ospedaliera riabilitativa e/o di lungodegenza, il Servizio Sanitario Nazionale paga 250 euro giornalieri. L’attività ospedaliera erogata nelle discipline di recupero e riabilitazione funzionale, neuroriabilitazione, lungodegenza e unità spinale è in sensibile crescita negli anni recenti, e viene effettuata in circa 31.000 posti letto equamente distribuiti tra le strutture pubbliche e quelle private accreditate.


Per gli stati vegetativi persistenti è fissata una tariffa di riferimento (pari a 265 euro giornalieri) ), derogabile in base ad accordi locali per specifiche situazioni (datidell’agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali relativi all’anno 2009 , ad oggi di sicuro lievitati).
Per l’assistenza ospedaliera il Servizio Sanitario Nazionale si avvale di 1.173 istituti di cura, di cui 638 pubblici ed equiparati, corrispondenti al 54%, e 535 case di cura private accreditate, che rappresentano il 46% del totale degli istituti.Il trattamento assistenziale e riabilitativo degli stati
vegetativi e degli stati di minima coscienza rappresenta, quindi, una problematica di grande rilevanza sanitaria e sociale a elevato impatto sociosanitario e familiare, per l’elevata e crescente incidenza del numero dei casi – con incremento di quadri clinici complessi che necessitano di un’organizzazione interdisciplinare al fine di soddisfare specifici bisogni assistenziali – e per la necessità di strutture di riferimento “dedicate”, ad alta valenza riabilitativa e attivate già dalla fase acuta. Da non trascurare anche l’informazione e il supporto psicologico ai familiari al fine di favorire un’alleanza terapeutica con l’equipe di cura di grande ausilio al progetto terapeutico.

L’attenzione delle istituzioni, in questi ultimi anni, si è più volte indirizzata verso questa tipologia di pazienti attraverso una serie di iniziative che hanno visto l’istituzione di tavoli tecnici, con l’obiettivo di pervenire a un documento che potesse fornire indicazioni atte a garantire una coerente successione e integrazione dei diversi interventi e tipologie di settings assistenziali, in funzione delle fasi del processo morboso e delle condizioni cliniche della persona, nonché delle situazioni familiari e ambientali. L’impegno si è altresì reso manifesto con gli accordi Stato-Regioni del 25 marzo 2009 e dell’8 luglio 2010, che hanno individuato, tra le indicazioni progettuali per l’accesso alle risorse vincolate agli obiettivi di carattere prioritario e di rilievo nazionale, la linea “Promozione di modelli organizzativi assistenziali ai pazienti in Stato Vegetativo e di Minima Coscienza nella fase di cronicità” sulla quale le Regioni hanno predisposto specifiche progettualità per il potenziamento di percorsi assistenziali in Speciali Unità di Accoglienza Permanente (SUAP) per soggetti in stato vegetativo o di minima coscienza e di percorsi di assistenza domiciliare, se possibili.
È stata effettuata un’analisi dei dati del ministero della Salute relativi al triennio 2007-2009 per i pazienti dimessi con codice 780.03 (ICD-9-CM), vale a dire “Stato Vegetativo persistente”. Nel triennio sono stati dimessi 5.608 pazienti (considerando anche i ricoveri ripetuti), dei quali 1.811 nell’anno 2007, 1.950 nell’anno 2008 e 1.847 nell’anno 2009.
Il numero totale dei dimessi nel triennio considerato, eliminato il numero dei ricoveri ripetuti, risulta essere 4.012. Relativamente alle modalità di dimissione, quella “ordinaria al domicilio” risulta praticata con una media nazionale del 34%. Soltanto per l’1,4% dei pazienti dimessi è attivata l’Assistenza Domiciliare Integrata che a un confronto risulta assente in otto Regioni. Ciò probabilmente è dovuto alla peculiarità del percorso assistenziale della persona in stato vegetativo in assistenza domiciliare caratterizzato dall’elevata complessità e diversificazione dell’intensità degli interventi in relazione all’evoluzione della condizione, all’evenienza di complicanze e al contesto familiare e socioambientale. La fascia di età maggiormente rappresentata nell’ambito dei 4.012 pazienti dimessi nel triennio 2007-2009 risulta essere quella dai 45 ai 65 anni di età (1.141, fonte governativa).
Detto questo, dal dubbio sorge una legittima domanda, ossia quanto la Chiesa cattolica sia davvero interessata al quel dono di dio che è la vita umana, o quanto lo sia ai dati elencati. Le 535 strutture private accreditate dal Ssn per il trattamento assistenziale e riabilitativo degli stati vegetativi e degli stati di minima coscienza quanto incassano ogni anno per il ricovero di questa tipologia di pazienti? Non ci si faccia scappare il particolare che a 265 euro al giorno (dati 2009) ogni paziente produce per la casa di cura ospitante 97.000 all’anno. E poiché in Italia (dati 2008 sicuramente lievitati) ci sono 1500 pazienti in stato vegetativo e di minima coscienza ,con una piccola operazione di moltiplicazione risultano spesi dalle regioni oltre 142 milioni di euro all’anno. Se prestiamo fede ai dati governativi, il 46% di questa cifra dovrebbe essere ricoverato in strutture private, che detto in lingua italiana significa circa 70 milioni di euro all’anno, per intenderci i parenti stretti di 140 miliardi di vecchie lire. Quella domanda che nasce dal dubbio è: tanti milioni di euro non saranno il motivo per cui la Chiesa si ostina ad ostacolare una legge sul fine vita? Se costoro che si trastullano con i principi cattolici fossero almeno religiosi, dovrebbero correre verso la morte che è il luogo dell’incontro con il Signore della vita, anche e specialmente oltre la morte. Se fossero religiosi dovrebbero pregare di morire, loro, perché il desiderio di dio dovrebbe folgorarli. Invece prendiamo atto che vogliono imporre a tutti di piangere in questa valle di lacrime e vorrebbero pure che anche i non credenti vi piangano cantando. L’importante che quei circa 70 milioni di euro arrivino in cassa.
Salvatore Veneruso.
Vice  Segretario Nazionale di Democrazia Atea
www.democrazia-atea.it