lunedì 9 luglio 2012

Trova il cattolico




Il dibattito sulla rilevanza dei cattolici, in politica e nella società, è sempre più surreale.
Quest'estate proponiamo un giochino nuovo da fare sulla spiaggia: si chiama 'trova il cattolico', simile al quesito del Corvo parlante sullaSettimana Enigmistica, e consiste nell'aiutare i cattolici a trovare il loro posto, perché pare si siano persi. E non lo diciamo noi: a partire da Todi, sorta di orgogliosa Woodstock dei politici cattolici (e aspiranti tali) e cattoliche intellighenzie, fiorisce il surreale dibattito su dove siano finiti, i cattolici. Il luogo d'elezione dove discutere è al momento virtuale: le pagine del Corriere della Sera.
Dopo l'editoriale di Ernesto Galli della Loggia, tocca a Mauro Magatti, preside di sociologia all'Università Cattolica di Milano, esporre la sua sulla «questione cattolica». La questione,
per Magatti, è costituita dalla presunta latitanza dei cattolici «in tutti i passaggi storici nei quali cambiano gli equilibri di potere». Anche Magatti deve ammettere che qualche problema c'é, con l'approccio cattolico alla società e alla politica: si tratta di «alcune inclinazioni involutive che, quando non sono contrastate, ne deprimono le potenzialità». Ovvero: il provincialismo moralista dei cattolici italiani, che avrebbe provocato lo svilimento de «l'originale punto di vista che il cattolicesimo ha elaborato sui temi sociali, economici e antropologici», e il disinteresse o addirittura la «diffidenza nei confronti della politica, specie di livello nazionale, vista per lo più come intrigo e mera lotta di potere», una sorta di snobismo dei cattolici verso i palazzi del potere. Questo li renderebbe marginali, e favorirebbe delle «dinamiche "uguali e contrarie" nel mondo laico: insofferenti a molti aspetti dell'Italia cattolica, accade spesso che siano i laici ad avere maggiori esperienze e collegamenti internazionali e, nel contempo, a considerare il governo centrale la leva di cui servirsi per potere finalmente modernizzare il paese».
E dopo la diagnosi arriva la terapia. Che è in parte fondata su una serie di avvertimenti diretti verso i laici, ai quali Magatti chiede di «riconoscere la peculiarità dell'Italia, amando il paese per quello che è [sottinteso: cattolico, ndr] e rifuggendo la ricorrente tentazione di volerne uno del tutto diverso (possibilmente non cattolico)». Infine, una piccola lista di cose da fare «per chi ha occhi per vedere il paese reale»: ripensamento del welfare al di là «della dicotomia pubblico-privato nella prospettiva dei beni comuni», centralità dell'impresa e valorizzazione «del lavoro, della educazione, della ricerca; riconoscimento della vita e della famiglia dal punto di vista culturale, fiscale e sociale; europeismo vigoroso».
Ma al di là dello spauracchio della modernizzazione «a-cattolica», agitato come sempre per spaventare le anime candide, e l'elevazione della famiglia (sappiamo bene quale) a ideale irrinunciabile, si persiste in un dibattito fondato sul nulla: anzitutto non si sa chi siano i laici e i cattolici di cui genericamente si parla; non si approfondiscono i temi esponendo idee concrete su come raggiungere gli obiettivi, si accenna solo a grandi linee e massimi sistemi. Insomma, in questo dibattito viene a galla un difetto - la mancanza di concretezza - che né Galli della Loggia né Magatti hanno notato, a leggere i loro editoriali. Allora, visto che stanno sprecando il fiato, qualche spunto glielo offriamo noi.
Vogliamo aiutarli: il trauma del rovinoso crollo della Democrazia cristiana (la grande tragedia sempre sullo sfondo) è ancora difficilissimo da assorbire. Intanto ricordiamo loro che la Dc, come il Psi e gli alleati pentapartitici, è crollata non per un complotto laicista, un sisma imprevedibile o per volontà del demonio, ma per la comprovata attitudine di una parte importante dei politici cattolici di allora di accomodarsi al banchetto della corruzione e del malgoverno che ha stroncato la - mai rimpianta - prima repubblica. Un vizio che anche alcuni politici cattolici contemporanei fanno fatica a riconoscere e combattere; sarà forse il caso di imparare qualcosa da tutto ciò? Per esempio che la coerenza col proprio ideale è fondamentale e se manca si deve gridare - per primi - il massimo del biasimo verso gli incoerenti del proprio schieramento, e da questi prendere le distanze? O che se si vuole crescere e progredire nel servizio al paese, si deve servire tutto il paese e non solamente il piccolo cortile dei cattolici praticanti e devoti alla dottrina, quindi anche chi aspira legittimamente alla piena realizzazione delle proprie libertà individuali e diritti civili? Se non si mettono per sempre da parte l'arroganza insopportabile dei principi "non negoziabili" e l'ottusa paura di non riconoscere più la società in cui si vive (e la conseguente pretesa di controllarla, emarginando chi non si adegua), se non si isola il materialismo sempre più spinto delle gerarchie ecclesiali, dannoso prima di tutto per la religione stessa, e la sua corte di politicanti adoranti, non si spezzerà mai la perniciosa ed estenuante contrapposizione tra laici e cattolici cui accenna Magatti. Ammesso che questi due aggettivi - laico e cattolico - abbiano ancora oggi lo stesso senso di alcuni decenni fa.
Lo scollamento del cattolicesimo ortodosso con quello d'avanguardia(i preti di strada come don Gallo e don Giorgio De Capitani, e i tantissimi cattolici che trovano disumana larga parte della dottrina ufficiale), poi, è sempre più evidente. Potrebbe essere questo il compitino, o il gioco dell'estate per Galli della Loggia, Magatti e il resto dell'intellighenzia cattolica: come ridurre questo scollamento, smettere di parlare di aria fritta, prendere atto della realtà (la società si evolve ed è giusto così) e solo allora decidere quale parte vuole avere il cattolico.
I cattolici, insomma, devono deporre le armi: smettere di ritenersi - come cattolici - superiori a tutti gli altri, di pensare che un società cattolica sia l'unica possibile e quindi di esserne i proprietari esclusivi. Altrimenti tutto questo parlare, che forse potrebbe anche sembrare sincero ed intellettualmente onesto, parrà ciò solo che è: una discussione accademica su come spartirsi il paese tra di loro. Ecco di cosa dovrebbero discutere davvero, con chiarezza e senza ambiguità. Che ne dicono lorsignori?

Alessandro Baoli Cronache Laiche