sabato 28 aprile 2012

MOVIMENTO GAY ITALIANI: Gesù era gay? Forse (dice un prete anglicano)

MOVIMENTO GAY ITALIANI: Gesù era gay? Forse (dice un prete anglicano): Paul Oestreicher è un sacerdote anglicano dell’Università del Sussex che nei giorni scorsi ha pubblicato un articolo sul Guardian dal ti...

La Chiesa non fa politica. La fiancheggia


All’approssimarsi delle elezioni amministrative sale agli onori della cronaca il comizio di parrocchia. Succede a Genova, per coincidenza la città di monsignor Bagnasco, dove il clero locale ha deciso di appoggiare esplicitamente il candidato del Pdl alle comunali Pierluigi Vinai, a metà tra Berlusconi e l’Opus Dei. Ma succede che nella stessa città, negli stessi giorni e in vista dello stesso turno elettorale, i cosiddetti ‘preti di strada’ appoggino invece il candidato del centrosinistra, Marco DoriaDon Andrea Gallo e don Paolo Farinella si espongono senza paura, quest’ultimo addirittura fa salire sull’altare alcuni candidati a lui cari durante la messa. E, infine, succede che il candidato appoggiato dal terzo polo nella stessa città alle stesse elezioni, Enrico Musso (terzo polo vuol dire anche e soprattutto Udc, il partito più clericale che c’é), vista l’assenza di qualsiasi sostegno clericale apprezzabile alla sua candidatura, sentendosi ingiustamente discriminato, si lamenti rimpiangendo una presunta laicità dello Stato, della quale normalmente non frega niente a nessuno. Siamo alle comiche.
Roba da far impallidire Guareschi, e i suoi impareggiabili Peppone e don Camillo, con quest’ultimo (una figura che era moderna ai tempi di stesura dei romanzi dello scrittore parmigiano, e che è profetica se vista ai giorni nostri) che utilizzava tranquillamente il pulpito per la sua propaganda anticomunista. Per inciso, don Camillo è anche l’alter ego dello stesso Guareschi, fervente cattolico e militante anticomunista. Genova come Brescello: ci attendiamo brindisi all’olio di ricino, mungiture notturne e crocifissi parlanti anche all’ombra della lanterna, dunque.
In realtà l’Italia è sempre stata piena di preti come don Camillo; i quali però nella maggior parte dei casi lavorano di fioretto, infarcendo le loro omelie con riferimenti – forse impliciti ma sempre chiarissimi – al pericolo che potrebbe derivare dall’elezione di candidati nei cui programmi trovano delle minacce (è questa la parola chiave) alla famiglia, o al matrimonio, o all’universo intero. Terrorismo semantico sempre efficace con le anime candide; trascurando il fatto che ad altri livelli il prete o il monsignore (o magari il papa) di turno semplicemente appoggia il candidato o il partito che gli garantisce soldi e potere in saecula saeculorum.
Tornando a un livello più basso: alla luce del caso Genova, sarà finalmente ora per le sottane vaticane (i farisei contemporanei), in tempi di crisi dei partiti e di anti politica, di gettare la maschera, di presentare apertamente e senza ipocrisia le parrocchie disseminate sul territorio italiano come vere e proprie sezioni di partito votate alla propaganda, alla militanza… e alla lavanda celebrale dei fedeli-elettori? Così, come contributo alla chiarezza.
Alessandro Baoli

Fonte http://www.cronachelaiche.it/2012/04/la-chiesa-non-fa-politica-la-fiancheggia/ 

La Chiesa non fa politica. La fiancheggia


All’approssimarsi delle elezioni amministrative sale agli onori della cronaca il comizio di parrocchia. Succede a Genova, per coincidenza la città di monsignor Bagnasco, dove il clero locale ha deciso di appoggiare esplicitamente il candidato del Pdl alle comunali Pierluigi Vinai, a metà tra Berlusconi e l’Opus Dei. Ma succede che nella stessa città, negli stessi giorni e in vista dello stesso turno elettorale, i cosiddetti ‘preti di strada’ appoggino invece il candidato del centrosinistra, Marco DoriaDon Andrea Gallo e don Paolo Farinella si espongono senza paura, quest’ultimo addirittura fa salire sull’altare alcuni candidati a lui cari durante la messa. E, infine, succede che il candidato appoggiato dal terzo polo nella stessa città alle stesse elezioni, Enrico Musso (terzo polo vuol dire anche e soprattutto Udc, il partito più clericale che c’é), vista l’assenza di qualsiasi sostegno clericale apprezzabile alla sua candidatura, sentendosi ingiustamente discriminato, si lamenti rimpiangendo una presunta laicità dello Stato, della quale normalmente non frega niente a nessuno. Siamo alle comiche.
Roba da far impallidire Guareschi, e i suoi impareggiabili Peppone e don Camillo, con quest’ultimo (una figura che era moderna ai tempi di stesura dei romanzi dello scrittore parmigiano, e che è profetica se vista ai giorni nostri) che utilizzava tranquillamente il pulpito per la sua propaganda anticomunista. Per inciso, don Camillo è anche l’alter ego dello stesso Guareschi, fervente cattolico e militante anticomunista. Genova come Brescello: ci attendiamo brindisi all’olio di ricino, mungiture notturne e crocifissi parlanti anche all’ombra della lanterna, dunque.
In realtà l’Italia è sempre stata piena di preti come don Camillo; i quali però nella maggior parte dei casi lavorano di fioretto, infarcendo le loro omelie con riferimenti – forse impliciti ma sempre chiarissimi – al pericolo che potrebbe derivare dall’elezione di candidati nei cui programmi trovano delle minacce (è questa la parola chiave) alla famiglia, o al matrimonio, o all’universo intero. Terrorismo semantico sempre efficace con le anime candide; trascurando il fatto che ad altri livelli il prete o il monsignore (o magari il papa) di turno semplicemente appoggia il candidato o il partito che gli garantisce soldi e potere in saecula saeculorum.
Tornando a un livello più basso: alla luce del caso Genova, sarà finalmente ora per le sottane vaticane (i farisei contemporanei), in tempi di crisi dei partiti e di anti politica, di gettare la maschera, di presentare apertamente e senza ipocrisia le parrocchie disseminate sul territorio italiano come vere e proprie sezioni di partito votate alla propaganda, alla militanza… e alla lavanda celebrale dei fedeli-elettori? Così, come contributo alla chiarezza.
Alessandro Baoli

Fonte http://www.cronachelaiche.it/2012/04/la-chiesa-non-fa-politica-la-fiancheggia/ 

Bagnasco, pensione da generale


I cappellani militari costano allo stato oltre 15 milioni di euro l’anno. E tra loro abbondano i vescovi babypensionati con emolumenti d’oro. Tra cui anche l’attuale presidente della Conferenza episcopale italiana

All’interno della cittadella militare della Cecchignola c’è un seminario. Vi nascono i futuri cappellani militari, preti che per l’esercito italiano sono anche ufficiali. Il seminario è cattolico, ma a pagare la formazione degli attuali otto seminaristi ci pensa lo stato italiano. Perché la «Scuola allievi cappellani militari» fa parte dell’ordinariato militare, una speciale diocesi che però è anche una struttura delle forze armate e i cui soli uffici centrali romani pesano per 2 milioni di euro sul bilancio del ministero della Difesa. Sembrano tanti, ma pensioni e stipendi di tutti i sacerdoti e, soprattutto dei vescovi che comandano, toccano la cifra di ben 15 milioni di euro all’anno. E abbondano i casi di babypensionamenti.
Tra questi babypensionati spunta il presidente della Conferenza Episcopale Italiana, Angelo Bagnasco, che dal 2003 al 2006 è stato anche arcivescovo ordinario militare, cioè reggente della diocesi, per legge equiparato ad un generale di corpo d’armata. Un ruolo del genere si aggira sui 190mila euro lordi di stipendio all’anno, quello che riceve l’ordinario attuale, monsignor Vincenzo Pelvi. Come pensione, si parla di oltre 4mila euro lordi al mese, ma Bagnasco prende di meno perché non è arrivato ai venti anni di servizio. Detto questo, raggiungendo nel 2006 i sessantatre anni d’età ha avuto diritto al vitalizio sostanzioso con soli tre anni di contributi, e come lui tre generali predecessori: i monsignori Gaetano Bonicelli (sette anni di contributi), Giovanni Marra (otto anni) e Giuseppe Mani (otto anni).
Il problema delle pensioni dei cappellani è un vero dilemma: interrogato da Maurizio Turco dei Radicali, il ministro della difesa Di Paola ha risposta che l’Inpdap non sa dire a quanto ammontino, ma ha stimato che la media degli assegni per i 160 religiosi, di cui 16 alti graduati, si aggiri sui 43 mila euro lordi annui. Sommandoli agli 8,6 milioni di euro che costano i 184 cappellani in attività, vescovi compresi, si arriva a 15 milioni. Un bel costo per «l’assistenza spirituale delle forze armate».
«Il governo parla di tagliare 30-40 mila posti tra militari e civili al ministero della Difesa, ma i cappellani dovevano scendere a 116 e invece superano ancora i 180». spiega Luca Comellini del partito per la tutela dei diritti dei militari, che con Turco ha sollevato il caso delle spese. C’è un sacerdote alla Croce Rossa e ce ne sono al fronte: «Per altro quando dicono messa la domenica ricevono l’indennità di lavoro festivo e se vanno in guerra quella di missione».
L’unico che nella storia ha sciolto i cappellani è stato Mussolini il giorno dopo la marcia su Roma dell’ottobre 1922. Temeva fossero infiltrati del Vaticano, ma negli anni ’30 iniziò a riaprire le truppe alla presenza dei preti. Poi nessuno ci ha rimesso mano. Anzi, nel 1997 il governo di centrosinistra di Romano Prodi ha alzato i gradi e con loro lo stipendio dei religiosi: il vicario generale, secondo della gerarchia dell’ordinariato, passò da generale di brigata a generale di divisione, gli ispettori da tenenti colonnello a generali di brigata. Furono creati altri ruoli di rango elevato, così che se prima i sacerdoti erano tenenti, capitani o maggiori, adesso possono essere anche colonnelli e tenenti colonnello.
Un discorso a parte, anzi un articolo a parte, meriterebbe tutta la discussione interna alla Chiesa sul valore dei cappellani. Nel ’65 un gruppo di loro scrisse di ritenere «un insulto alla Patria e ai suoi Caduti la cosiddetta «obiezione di coscienza», che, «estranea al comandamento cristiano dell’amore, è espressione di viltà». Ci pensò Don Lorenzo Milano a rispondere che «E’ troppo facile dimostrare che Gesù era contrario alla violenza e che per sé non accettò nemmeno la legittima difesa». Da anni, dai tempi di monsignor Tonino Bello, Pax Christi chiede di smilitarizzarli e di passare la cura delle anime dei soldati alle parrocchie in cui ha sede la caserma. Insomma, all’interno delle curie è un tema che fa discutere. Ma un altro si presenterà allo stato laico: stanno arrivando soldati di fede diversa, ma l’ordinariato è un ufficio puramente cattolico. Come farà a garantire l’ «assistenza spirituale delle forze armate» che non credono in Cristo o almeno non nel papa? Sarà un altro bel dilemma.
http://espresso.repubblica.it/dettaglio//2179679

Bagnasco, pensione da generale


I cappellani militari costano allo stato oltre 15 milioni di euro l’anno. E tra loro abbondano i vescovi babypensionati con emolumenti d’oro. Tra cui anche l’attuale presidente della Conferenza episcopale italiana

All’interno della cittadella militare della Cecchignola c’è un seminario. Vi nascono i futuri cappellani militari, preti che per l’esercito italiano sono anche ufficiali. Il seminario è cattolico, ma a pagare la formazione degli attuali otto seminaristi ci pensa lo stato italiano. Perché la «Scuola allievi cappellani militari» fa parte dell’ordinariato militare, una speciale diocesi che però è anche una struttura delle forze armate e i cui soli uffici centrali romani pesano per 2 milioni di euro sul bilancio del ministero della Difesa. Sembrano tanti, ma pensioni e stipendi di tutti i sacerdoti e, soprattutto dei vescovi che comandano, toccano la cifra di ben 15 milioni di euro all’anno. E abbondano i casi di babypensionamenti.
Tra questi babypensionati spunta il presidente della Conferenza Episcopale Italiana, Angelo Bagnasco, che dal 2003 al 2006 è stato anche arcivescovo ordinario militare, cioè reggente della diocesi, per legge equiparato ad un generale di corpo d’armata. Un ruolo del genere si aggira sui 190mila euro lordi di stipendio all’anno, quello che riceve l’ordinario attuale, monsignor Vincenzo Pelvi. Come pensione, si parla di oltre 4mila euro lordi al mese, ma Bagnasco prende di meno perché non è arrivato ai venti anni di servizio. Detto questo, raggiungendo nel 2006 i sessantatre anni d’età ha avuto diritto al vitalizio sostanzioso con soli tre anni di contributi, e come lui tre generali predecessori: i monsignori Gaetano Bonicelli (sette anni di contributi), Giovanni Marra (otto anni) e Giuseppe Mani (otto anni).
Il problema delle pensioni dei cappellani è un vero dilemma: interrogato da Maurizio Turco dei Radicali, il ministro della difesa Di Paola ha risposta che l’Inpdap non sa dire a quanto ammontino, ma ha stimato che la media degli assegni per i 160 religiosi, di cui 16 alti graduati, si aggiri sui 43 mila euro lordi annui. Sommandoli agli 8,6 milioni di euro che costano i 184 cappellani in attività, vescovi compresi, si arriva a 15 milioni. Un bel costo per «l’assistenza spirituale delle forze armate».
«Il governo parla di tagliare 30-40 mila posti tra militari e civili al ministero della Difesa, ma i cappellani dovevano scendere a 116 e invece superano ancora i 180». spiega Luca Comellini del partito per la tutela dei diritti dei militari, che con Turco ha sollevato il caso delle spese. C’è un sacerdote alla Croce Rossa e ce ne sono al fronte: «Per altro quando dicono messa la domenica ricevono l’indennità di lavoro festivo e se vanno in guerra quella di missione».
L’unico che nella storia ha sciolto i cappellani è stato Mussolini il giorno dopo la marcia su Roma dell’ottobre 1922. Temeva fossero infiltrati del Vaticano, ma negli anni ’30 iniziò a riaprire le truppe alla presenza dei preti. Poi nessuno ci ha rimesso mano. Anzi, nel 1997 il governo di centrosinistra di Romano Prodi ha alzato i gradi e con loro lo stipendio dei religiosi: il vicario generale, secondo della gerarchia dell’ordinariato, passò da generale di brigata a generale di divisione, gli ispettori da tenenti colonnello a generali di brigata. Furono creati altri ruoli di rango elevato, così che se prima i sacerdoti erano tenenti, capitani o maggiori, adesso possono essere anche colonnelli e tenenti colonnello.
Un discorso a parte, anzi un articolo a parte, meriterebbe tutta la discussione interna alla Chiesa sul valore dei cappellani. Nel ’65 un gruppo di loro scrisse di ritenere «un insulto alla Patria e ai suoi Caduti la cosiddetta «obiezione di coscienza», che, «estranea al comandamento cristiano dell’amore, è espressione di viltà». Ci pensò Don Lorenzo Milano a rispondere che «E’ troppo facile dimostrare che Gesù era contrario alla violenza e che per sé non accettò nemmeno la legittima difesa». Da anni, dai tempi di monsignor Tonino Bello, Pax Christi chiede di smilitarizzarli e di passare la cura delle anime dei soldati alle parrocchie in cui ha sede la caserma. Insomma, all’interno delle curie è un tema che fa discutere. Ma un altro si presenterà allo stato laico: stanno arrivando soldati di fede diversa, ma l’ordinariato è un ufficio puramente cattolico. Come farà a garantire l’ «assistenza spirituale delle forze armate» che non credono in Cristo o almeno non nel papa? Sarà un altro bel dilemma.
http://espresso.repubblica.it/dettaglio//2179679

Il Vaticano visto da Hong Kong


Gabriele Battaglia,
da Pechino
“Un’organizzazione che domina su un miliardo e trecento milioni di anime. Autoritaria e senza i vincoli imposti dalle tornate elettorali, le si accredita la mitica capacità di pianificare con anni, se non decenni, di anticipo. La sua autorità si basa sulla rigidità dottrinale e sulla capacità di imporla, si dedica periodicamente a purghe di seguaci sospettati di essere diventati troppo indipendenti. No, non sto parlando del Partito comunista cinese, ma del Vaticano. Possono essere nemici spirituali ma, come organizzazioni politiche, a volte sembrano gemelli”.
Inizia così, con un paragone piuttosto suggestivo, l’editoriale di Alex Lo – columnist del South China Morning Post – sulle ultime vicende che riguardano la chiesa di Roma: la “repressione” delle suore statunitensi e l’espansione a Oriente.
Nelle ultime settimane, il Vaticano si è dedicato a un giro di vite che ha colpito una delle manifestazioni più progressiste della chiesa cattolica: la Leadership Conference of Women Religious, un’associazione che riunisce molte suore Usa. Le monache sono state accusate di coltivare “temi femministi radicali” e di dedicarsi troppo alla povertà e all’ingiustizia economica, mentre non sarebbero sufficientemente dedite alla lotta contro l’aborto e il matrimonio gay. La grande chiesa di Roma ha le sue belle gatte da pelare – sostiene Lo – con gli scandali dei preti pedofili e “gli insabbiamenti diocesani”, e potrebbe ben accogliere le monache progressiste. “Ma gli uomini del Vaticano dovrebbero fare una riforma”, per cui “è meglio zittire le donne”. E per farlo, è stato appositamente nominato un vescovo.
Che la repressione possa disilludere molti cattolici non sembra infastidire il papa: “L’uomo ha un tocco spietato. Nel mese di luglio, ha preso la straordinaria decisione di richiamare l’ambasciatore vaticano a Dublino, per protesta contro un aspro attacco del Primo ministro irlandese a proposito del ruolo del Vaticano nel coprire gli abusi sessuali sui bambini da parte di sacerdoti irlandesi”.
I paragoni tra il Partito comunista cinese e il Vaticano non sono nuovi. Alcuni studiosi tendono ad assimilare la stessa Cina alla chiesa romana: nonostante il loro essere anche “Stato”, infatti, le si ritiene soprattutto due civiltà, probabilmente le ultime, che pretendono di rappresentare valori universali. È inevitabile quindi che cozzino. In Cina c’è “un solo imperatore sotto il cielo” e quindi anche i cattolici devono obbedire a lui in via esclusiva, non a un anziano signore biancovestito che sta a Luo Ma. D’altra parte, il papa non può concepire la Cina come universalismo, pena il proprio ridimensionamento (vi ricordate la tirata contro il “relativismo”?). Per lui la Cina non è che un “Cesare” a cui dare ciò che gli spetta, riservandosi il controllo delle coscienze.
Se a Pechino la via della riforma interna è lunga, accidentata, e spesso fa un passo avanti e due indietro, a Roma si preferisce esportare il problema adottando il metodo mercantilista: conquistare nuovi mercati.
Di nuovo Lo: “Per arrestare il declino della fede e dell’autorità cattolica in Occidente, a Roma sono necessarie riforme – ma questa è eresia. Al contrario, la via d’uscita per il papa è di concentrarsi su paesi come la Cina e altri mercati emergenti, luoghi dove i fedeli sono meno critici verso l’autorità e più ignoranti dei crimini della chiesa. Come ha detto John Allen, biografo di Papa Benedetto, il Santo Padre ha il ‘grande dono di pensare in termini di secoli’. Per il 21° secolo, il papa sa che il futuro è in Oriente”.

Il Vaticano visto da Hong Kong


Gabriele Battaglia,
da Pechino
“Un’organizzazione che domina su un miliardo e trecento milioni di anime. Autoritaria e senza i vincoli imposti dalle tornate elettorali, le si accredita la mitica capacità di pianificare con anni, se non decenni, di anticipo. La sua autorità si basa sulla rigidità dottrinale e sulla capacità di imporla, si dedica periodicamente a purghe di seguaci sospettati di essere diventati troppo indipendenti. No, non sto parlando del Partito comunista cinese, ma del Vaticano. Possono essere nemici spirituali ma, come organizzazioni politiche, a volte sembrano gemelli”.
Inizia così, con un paragone piuttosto suggestivo, l’editoriale di Alex Lo – columnist del South China Morning Post – sulle ultime vicende che riguardano la chiesa di Roma: la “repressione” delle suore statunitensi e l’espansione a Oriente.
Nelle ultime settimane, il Vaticano si è dedicato a un giro di vite che ha colpito una delle manifestazioni più progressiste della chiesa cattolica: la Leadership Conference of Women Religious, un’associazione che riunisce molte suore Usa. Le monache sono state accusate di coltivare “temi femministi radicali” e di dedicarsi troppo alla povertà e all’ingiustizia economica, mentre non sarebbero sufficientemente dedite alla lotta contro l’aborto e il matrimonio gay. La grande chiesa di Roma ha le sue belle gatte da pelare – sostiene Lo – con gli scandali dei preti pedofili e “gli insabbiamenti diocesani”, e potrebbe ben accogliere le monache progressiste. “Ma gli uomini del Vaticano dovrebbero fare una riforma”, per cui “è meglio zittire le donne”. E per farlo, è stato appositamente nominato un vescovo.
Che la repressione possa disilludere molti cattolici non sembra infastidire il papa: “L’uomo ha un tocco spietato. Nel mese di luglio, ha preso la straordinaria decisione di richiamare l’ambasciatore vaticano a Dublino, per protesta contro un aspro attacco del Primo ministro irlandese a proposito del ruolo del Vaticano nel coprire gli abusi sessuali sui bambini da parte di sacerdoti irlandesi”.
I paragoni tra il Partito comunista cinese e il Vaticano non sono nuovi. Alcuni studiosi tendono ad assimilare la stessa Cina alla chiesa romana: nonostante il loro essere anche “Stato”, infatti, le si ritiene soprattutto due civiltà, probabilmente le ultime, che pretendono di rappresentare valori universali. È inevitabile quindi che cozzino. In Cina c’è “un solo imperatore sotto il cielo” e quindi anche i cattolici devono obbedire a lui in via esclusiva, non a un anziano signore biancovestito che sta a Luo Ma. D’altra parte, il papa non può concepire la Cina come universalismo, pena il proprio ridimensionamento (vi ricordate la tirata contro il “relativismo”?). Per lui la Cina non è che un “Cesare” a cui dare ciò che gli spetta, riservandosi il controllo delle coscienze.
Se a Pechino la via della riforma interna è lunga, accidentata, e spesso fa un passo avanti e due indietro, a Roma si preferisce esportare il problema adottando il metodo mercantilista: conquistare nuovi mercati.
Di nuovo Lo: “Per arrestare il declino della fede e dell’autorità cattolica in Occidente, a Roma sono necessarie riforme – ma questa è eresia. Al contrario, la via d’uscita per il papa è di concentrarsi su paesi come la Cina e altri mercati emergenti, luoghi dove i fedeli sono meno critici verso l’autorità e più ignoranti dei crimini della chiesa. Come ha detto John Allen, biografo di Papa Benedetto, il Santo Padre ha il ‘grande dono di pensare in termini di secoli’. Per il 21° secolo, il papa sa che il futuro è in Oriente”.

venerdì 27 aprile 2012

Perazzoli: "In Germania fino a 1850 euro al mese, in Europa solo l'Italia non ha il reddito di cittadinanza"


lavoro-disoccupato-megadi Ignazio Dessì - www.notizie.tiscali.it
L’asse Monti-Fornero batte la lingua sul tamburo intonando il mantra “più licenziabilità più posti di lavoro per i giovani” e il magico cilindro governativo sputa fuori un nuovo articolo 18 dello Statuto dei lavoratori frutto della mediazione con la politica. Ma nella realtà proliferano gli esodati, i disoccupati e i disperati che si suicidano. La società italiana è in fermento e la categoria lavoratrice sembra percossa da un senso di impotenza.
Del resto dopo il licenziamento si avrà diritto a 12 mesi di indennità (Aspi) e poi si finirà sulla strada. Così quando per forzare la mano e far passare le riforme auspicate dal trionfante mercato molti esponenti del governo fanno riferimento a quanto esiste in Europa dimenticano quella parte di tutela sociale (la più importante) che il Vecchio Continente offre ai cittadini. In primo luogo il Reddito di cittadinanza che nel resto d’Europa è considerato un diritto fondamentale e solo l’Italia, insieme alla Grecia e all’Ungheria, continua a negare. Dell’argomento abbiamo parlato con Giovanni Perazzoli, penna di punta di Micromega, direttore di Filosofia.it ed autore di alcune illuminanti pubblicazioni sull’argomento.
Senta professore, il governo Monti è molto impegnato a introdurre più flessibilità in uscita (leggi licenziamenti) paventando l’esigenza di un allineamento alla disciplina vigente in Europa. A questo proposito lei ha scritto però che in Italia manca l’ABC dello stato sociale, ci può spiegare meglio questo suo grave giudizio?
“Nel numero appena uscito di MicroMega porto una serie di esempi di che cosa è l’abc dello stato sociale in Europa, dove si può vivere anche senza un posto di lavoro. Questo perchè in Italia ci si ostina a non dare importanza al reddito minimo garantito. Sembra si tratti di un fatto marginale, si minimizza. Solo la trasmissione Report, una volta, ha mandato una troupe televisiva in Germania per raccontare di che cosa si tratta realmente. Il risultato di questa ostinata negazione dei fatti è che l’opinione pubblica non sa reagire di fronte a quello che per gli altri cittadini europei è un assurdo: la flessibilità estrema, senza garanzia del reddito e dell’alloggio. Bisogna capire che il reddito minimo garantito è il fondamento del welfare state europeo, la base del cosiddetto “modello europeo”.
Ci può fare un esempio di cosa significa l’applicazione concreta di questo modello? Si cita continuamente, per esempio, il modello tedesco. Come funziona in quel Paese il welfare?
“Le dico solo questo, una donna tedesca disoccupata, sola, con tre figli e un affitto di 500 euro, riceve dallo stato 1850 euro al mese. L’affitto nel caso specifico è basso, ma lo stato si impegna a pagare un affitto medio, quindi questa signora potrebbe avere di più in relazione all’affitto da pagare. Lo stato paga poi il riscaldamento e l’acqua calda”.
In Italia addirittura si afferma che il welfare sarebbe in realtà tramontato, finito, esaurito.
“Si tratta di una mistificazione. Quando si parla degli aggiustamenti al welfare state attuati nei vari paesi, ci si dovrebbe rapportare al punto di partenza. Ma questo non lo si fa, anche perché l´abc, per così dire, del welfare appare inimmaginabile in Italia. Per avere un’idea della realtà dobbiamo pensare che la Corte Costituzionale tedesca ha giudicato come parzialmente incostituzionale la riforma restrittiva del cancelliere Schröder, dopo il ricorso di una famiglia – padre, madre e una figlia – perché doveva vivere con soli 850 euro al mese (e naturalmente affitto e riscaldamento a carico dello stato). Una somma di 850 euro in Italia è uno stipendio, da cui si deve anche cercare di far uscire l’affitto e tutto il resto. Inoltre, la vita in Germania (controllate con Internet) costa meno che nel nostro Paese. Ci scandalizziamo del fatto che negli Usa non esista una sanità pubblica: in Europa si scandalizzano per l’assenza in Italia di un reddito minimo garantito. Negli Stati Uniti Michael Moore però ha raccontato in un film che cosa significa non avere un sanità pubblica; in Italia nessuno tocca il tema del reddito minimo garantito”.
Del modello tedesco quindi si tenta di prendere solo quello che fa comodo?
“Poche cose dimostrano cattiva fede come la campagna di stampa a favore del cosiddetto “modello tedesco”. Davvero l’ipocrisia è l’omaggio del vizio alla virtù. Perché non si segue per intero la realtà di quei paesi? Per fare chiarezza sul punto specifico del reddito minimo garantito bisogna partire da una distinzione su cui in Italia si è creata, in modo più meno volontario, una grave confusione”.
A quale confusione allude?
“In tutta Europa, e non solo in Germania, ci sono due forme di trasferimenti in denaro per i disoccupati. La prima, quella più importante per il nostro discorso, è in senso proprio un sussidio di disoccupazione; riguarda coloro che non lavorano ma si impegnano a cercare un lavoro. Vale dunque anche per le persone che non hanno mai lavorato. Il sussidio a cui si ha diritto è illimitato nel tempo, finisce quando cessa la disoccupazione. Quindi è falso quello che si legge sui giornali quando scrivono che dura un periodo limitato. Il sussidio comprende, oltre all’affitto dell’alloggio e il riscaldamento, una serie di trasferimenti per i figli. La seconda forma di trasferimento non è un sussidio ma un’indennità di disoccupazione. Riguarda le persone che sono state licenziate o che hanno terminato un contratto. Hanno un’indennità di disoccupazione pari, in Germania, al 67% del precedente stipendio per circa 12 mesi (18 per coloro che hanno più di 55 anni)”.
La riforma degli ammortizzatori sociali auspicata in Italia è in linea con la filosofia europea?
“La riforma degli ammortizzatori sociali avrebbe avuto un senso europeo se avesse introdotto il sussidio di disoccupazione. In Europa, terminata l’indennità, il lavoratore può avere un sussidio di disoccupazione (con l’affitto per l’alloggio), in Italia non c’è niente”.
E’ vero che in Germania lo stato interviene anche per integrare il reddito?
“Sì. È un altro aspetto che deve essere sottolineato. Lo stato interviene in Germania come in tutt’Europa anche ad integrare il reddito di chi guadagna poco. Faccio l’esempio di un amico chitarrista jazz, che in Francia per avere un sussidio che integra il suo reddito deve dimostrare di aver lavorato una parte dell’anno. In questo modo, si tutelano una serie di professioni che non avrebbero vita facile sul mercato, oppure si tutela chi ha un lavoro che potrebbe essere remunerativo ma contingentemente non lo è abbastanza. Immaginate quante professioni potrebbero fiorire con questo sistema a tutto vantaggio dell’economia e della comunità. Il reddito minimo garantito tutela direttamente chi lavora e non solo chi è disoccupato. In generale, i corpi di ballo, le compagnie teatrali e tutti quei lavoratori che non guadagnerebbero “abbastanza” ottengono un’integrazione del reddito”.
Ma quello del reddito minimo garantito è uno schema comune a tutta l’Europa?
“Lo schema del reddito minimo garantito è omogeneo in tutta l’Europa, e questo dovrebbe suscitare qualche domanda in Italia…”
Quali sono attualmente i Paesi europei che applicano il reddito di cittadinanza?
“Facciamo prima a dire quelli che non lo hanno: Italia, Grecia, Ungheria. I paesi, guarda caso, della crisi! I paesi che hanno i sistemi migliori sono: Francia, Germania, Gran Bretagna, Olanda, Belgio, Lussemburgo, Austria. Naturalmente, poi, ci sono i paesi scandinavi. Mi faccia dire, in proposito, che un’operazione di comunicazione davvero “geniale” è stata condotta in Italia a proposito del “modello danese”. Come per il “modello tedesco” si sono raccontate una serie di sciocchezze. La flexicurityesiste in Europa già da decenni anche senza “modello danese”.
E’ vero che la Ue, e la stessa Bce nella sua famosa lettera al governo italiano, raccomanda l’adozione del reddito di cittadinanza? In Italia di questo non si parla, nonostante si citi sempre qualsiasi auspicio della Bce alla stregua di un comandamento divino.
“Appunto, questo è un caso esemplare di come viene trattato il tema in Italia. L’Europa raccomanda all’Italia di introdurre un reddito minimo garantito da almeno vent’anni. Nel documento europeo che cito su MicroMega, si dice chiaramente di introdurre un “reddito minimo garantito” senza limite di durata. Ma nulla è stato fatto. Ancora più clamorosa l’omissione di informazione nel caso della famosa lettera della Bce. Nel testo c’è scritto che insieme all’“accurata revisione delle norme che regolano l'assunzione e il licenziamento dei dipendenti” l’Italia dovrebbe introdurre “un sistema di assicurazione dalla disoccupazione”. Fa pensare, no? Questa lettera è stata sotto i riflettori della stampa, ma nessuno ha notato questa richiesta. Perché? Per una curiosa convergenza ideologica e di interessi della destra e della sinistra. Poi c’è un altro aspetto, anche questo molto importante. Che sia proprio la Bce a raccomandare l’introduzione di un’assicurazione per la disoccupazione demolisce l’alibi di chi sostiene che non ci siano i fondi per realizzarlo. Il reddito minimo garantito è un passaggio essenziale per uscire dalla crisi. Un’altra occasione è stata la lettera con le 39 domande, al punto 21 si chiedeva se l’Italia stesse perseguendo l’impegno preso ‘a rivedere il sistema dei sussidi di disoccupazione, attualmente molto frammentato, entro la fine del 2011’. Nessuno ci ha fatto caso”.
Ha ragione il segretario della Fiom Maurizio Landini a porre il problema di un reddito minimo garantito? In Italia bisognerebbe prendere coscienza che questo è un diritto, più di quanto non lo sia quello delle banche di rastrellare soldi pubblici o dei politici di avere stipendi altisonanti?
“Il segretario della Fiom ha perfettamente ragione. È surreale e ridicolo che lo si accusi di essere un estremista, mentre lui è in accordo con l’Europa, e addirittura con la Bce. In realtà, sono gli altri a volere tenere l’Italia dentro un isolamento medioevale e fuori dall’Europa. Il problema è che ci riescono benissimo per un concorso di fattori che vedono unite destra e sinistra”.
Che vantaggi comporta in un sistema economico-sociale l’esistenza di un reddito di cittadinanza?
"Il primo importante vantaggio, naturalmente, è la giustizia sociale. Il reddito minimo garantito è un diritto soggettivo esigibile, nel senso che non c’è bisogno di alcuna mediazione sindacale o di altro genere per ottenerlo. La cassa integrazione è discrezionale, non universale, e riguarda solo un certo genere di rapporti di lavoro. Quello del reddito minimo garantito è un concetto completamente diverso. Per dirla in modo semplice: entri in un ufficio, metti una firma, e hai il tuo sussidio. Ora, il grande errore è ridurre il reddito minimo garantito a una forma di assistenza ai poveri. In realtà è un modo di pensare la società e il rapporto tra la vita di ciascuno e il lavoro. Ognuno può giocarsi meglio le sue carte. Le misure redistributive del reddito permettono inoltre di avere un’economia più vitale. Ha ricordato il premio Nobel americano Paul Krugman che la crisi ha una radice nell’aumento del divario tra ricchi e poveri, che ha assottigliato la classe media. L’Italia è uno dei paesi in Europa nel quale è più ampia la forbice del reddito tra ricchi e poveri. Del resto, è sotto gli occhi di tutti: non esiste una crisi europea, ma una crisi di alcuni paesi europei. La Germania e i paesi del Nord Europa, che hanno un forte stato sociale e dunque una ridotta forbice di reddito tra ricchi e poveri, non solo non sono in crisi, ma vanno economicamente bene e devono far fronte anche alle difficoltà degli altri paesi. Questo ci dovrebbe dire qualcosa. L’aspetto che dovrebbe far riflettere è che dove c’è un forte welfare state non c’è crisi. Invece, Grecia e Italia non hanno un reddito minimo garantito. Questo non spiega tutto, ma è uno degli aspetti che distinguono due tipi di società: una dove prevale la libertà individuale, la protezione sociale, la redistribuzione, l’altra dove invece fioriscono le rendite, i monopoli, il clientelismo. In realtà, la famosa “crescita” è un tipo di società. Poi c’è un altro aspetto importante: nei paesi dove non esiste il reddito minimo garantito il lavoro si trasforma in welfare. Il che dequalifica il lavoro, lo rende improduttivo. Penso alle assunzioni di massa che spesso sono una forma di clientelismo politico. Il reddito minimo garantito permette di scegliere il lavoro, e dunque di scegliere la vita che si preferisce. E permette anche di scegliere liberamente chi ci rappresenta. Ha un forte peso politico”.
La ministra Fornero ha dichiarato che dare la certezza di un reddito garantito porterebbe la gente ad adagiarsi e non cercare lavoro, a sedersi a mangiare pane e pomodoro. Perché lei sostiene invece che questa sicurezza crea fermenti positivi e più mobilità lavorativa e sociale?
“Direi che l’inesistenza del reddito minimo garantito in Italia permette alla nostra classe politica di mangiare a caviale e champagne. Sarebbe molto più difficile per loro guadagnarsi il consenso di persone libere dal bisogno primario dell’esistenza. Nel merito, comunque, è vero il contrario: in una società più dinamica, più libera e sicura, aumenta la disposizione al rischio e a mettere alla prova le proprie idee sul mercato. Noto continuamente questo maggior dinamismo delle società nord europee. Ma soprattutto con la libertà dal bisogno diminuisce, e non è poco, il clientelismo politico, il potere dei potentati. La sorprenderò. Lo sa chi pubblica in Italia, Philippe van Parijs, ovvero uno dei più radicali sostenitori dell’utilità economica e sociale del reddito di cittadinanza? La casa editrice della Bocconi (Philippe van Parijs, Yannick Vanderborght, Il reddito minimo universale, Università Bocconi editore, 2006). Veramente, non parliamo di utopie".
Quindi il reddito minimo garantito fornisce stimoli all'economia?
"Che il reddito minimo garantito permetta di vivacizzare l’economia è stato sostenuto da economisti neokeynesiani come da neoliberisti. Ma in Italia il problema non risiede né nel neoliberismo né nell’intervento neokeynesiano. Il nostro problema è a monte: un’economia relativamente moderna, e una classe politica e dirigente premoderna. La ministra Fornero ha fatto una curiosa giravolta. Intervistata da Lucia Annunziata ha sottolineato che l’assenza di un reddito minimo garantito era una deprecabile anomalia dell’Italia e della Grecia. Poi di colpo ha cambiato linea. Perché? Come si è svolta la trattativa sull’articolo 18? Questa è la domanda che dovremmo porci. Come verrà usata adesso la famosa “paccata di miliardi”, chi la gestirà, e per fare che cosa? In ogni caso, un margine di persone che non lavorano e che cadono nella “trappola assistenziale” esiste sempre, ma si tratta spesso di persone che andrebbero aiutate comunque. In ogni caso, l’adagiarsi senza fare nulla che paventa la Fornero nasce dal fatto di trasformare il lavoro in assistenzialismo, ovvero dalla dequalificazione del lavoro che viene trasformato in welfare clientelare. Cosa che produce enormi disservizi, persone frustrate e il potere politico che vediamo da anni”.
Ma secondo lei l’Italia può sostenere i costi di una simile eventuale rivoluzione degli assetti dello stato sociale?
“Ho letto degli studi che sostengono che l’Italia addirittura risparmierebbe con il reddito minimo garantito. A parte le considerazioni sulla capacità di mettere in moto l’economia, sulla percezione del futuro che offre e che ha naturalmente una ricaduta economica positiva, bisogna considerare che lo stato italiano spende comunque dei soldi, ma in modo irrazionale o secondo delle logiche politiche. Poi c’è il discorso dell’ordine pubblico, perché la povertà e la percezione dell’abbandono produce anche delinquenza, criminalità grande e piccola; poi c’è il lavoro nero che sottrae risorse ecc. In ultima analisi, la Germania spende all’anno 27 miliardi di euro per il reddito minimo garantito. Noi abbiamo un’evasione fiscale di 130 miliardi all’anno. Dunque, fatti due conti, potremmo permetterci circa cinque volte lo stato sociale tedesco. Ma la Germania recupera il 70% dell’evasione fiscale…Noi no".
Così – lei scrive - si potrebbe davvero dar luogo a una liberalizzazione evitando che per trovare lavoro serva una tessera di partito, o si appartenga a una congrega di qualche tipo o che a ricoprire certi incarichi vadano sempre i figli di chi già svolge quel lavoro, ovvero che i figli dei medici facciano i medici e i figli degli operai siano costretti a fare gli operai. Ci chiarisce questo concetto?
"L’ho detto prima: la “crescita” è un tipo di società. A parte le economie che crescono per il nuovo schiavismo e perché passano di colpo da un mondo premoderno a un mondo moderno (e comunque si tratta di una crescita indotta da fuori), in occidente crescono le società giuste. Le società dove esistono giustizia e libertà. Dove esiste il reddito minimo garantito la società si muove dal basso, conta la società civile, contano gli individui; la scelta democratica è meno inquinata dal bisogno. Pensi solo a questo, io lo ritengo molto importante: se le persone non sono libere dai bisogni primari della sussistenza non possono dire “no”. Saranno costrette a far parte di un sistema piramidale e autoritario, dove il merito e l’iniziativa originale tenderanno a scomparire".
Tutto dunque deve partire dal basso.
"Tutto parte dal basso. Anche nel lavoro precario aumenta la soggezione nei confronti di dirigenti, spesso incompetenti, che hanno un potere sproporzionato sulla vita delle persone. Questo tipo di subordinazione in realtà distrugge l’economia. In Italia si ha un’idea negativa dell’economia, come un campo dove esistono solo rapinatori e rapinati. Ma l’economia è tutto, è cultura, idee, servizi. Anche il mercato cambia a seconda delle idee. Dunque, non c’è solo un problema di continuità del reddito, c’è anche un’idea di società e anche di efficienza di sistema. Il liberalismo sociale, quello vero, lo ha insegnato: la libertà, la critica, l’iniziativa originale creano ricchezza. Le idee creano ricchezza, non la subordinazione. Ma ci sono poi ragioni anche più dirette. Se posso contare su una rete di sicurezza posso anche rischiare, studiare. Se sono il figlio di un operaio posso veramente giocarmi le mie possibilità. Non parliamo della panacea di tutti i mali, ma sarebbe un bel passo avanti".
Avere il reddito di cittadinanza significa anche essere più liberi?
“Senza dubbio. Ed essere più liberi significa essere più felici, significa guardare diversamente al futuro. Io queste cose le conosco perché ho vissuto per molto tempo nell’Europa del Nord e ho visto delle società più tranquille, solidali, ma anche più dinamiche, dove realizzare i propri sogni sembra meno impossibile che in Italia. C’era un amico tedesco che ogni tanto partiva per qualche regione del mondo ad insegnare il tedesco. Mi ricordo che l’ho conosciuto che tornava dall’Islanda dove era stato per qualche mese. Quando non lavorava, aveva comunque un reddito grazie al sussidio, A lui stava bene così. Non guadagnava complessivamente da permettersi frenatati (e insensati) consumi, ma neanche gli interessava, non sentiva di perdere nulla. La sua scelta di vita era quella".
Lo ammirava?
"Sì, mi ha sempre dato una grande idea di libertà”.

Fonte: www.notizie.tiscali.it

MARCIA PER EMANUELA” A ROMA IL 27 MAGGIO, ORE 9.30


“MARCIA PER EMANUELA” A ROMA IL 27 MAGGIO, ORE 9.30 DA PIAZZA DEL
 CAMPIDOGLIO A PIAZZA SAN PIETRO

 Ciao, sono Pietro
 vi scrivo di nuovo, con grande emozione, per annunciarvi che grazie alla petizione al Papa a cui avete aderito (siamo oltre le 80 mila firme) ci sono state importanti novità sul caso di Emanuela. Per la prima volta il Vaticano ha diffuso una nota ufficiale in cui spiega il suo comportamento in questi lunghi 29 anni, mentre il capo della Procura di Roma ha assunto in prima persona le indagini. Sono passi in avanti, ma non basta.
 La mia sensazione è che le persone a conoscenza di notizie importanti relative a quanto è accaduto a mia sorella in quel terribile 1983, per la prima volta, siano sul punto di rompere gli indugi e raccontare quel che sanno. Lo ritengo un dovere morale davanti a Emanuela, ma anche a tutti noi. Per questo ho pensato di organizzare una “Giornata di mobilitazione per la verità e la giustizia in Italia”, con l’ obiettivo di abbattere
 definitivamente quel muro di omertà e silenzi che finora ha negato la verità sia su Emanuela sia su tanti altri casi di giustizia negata.

 L’appuntamento è per DOMENICA 27 MAGGIO alle 9.30 a ROMA in piazza del Campidoglio, da dove partirà una “marcia per Emanuela” che si concluderà alle 12 in piazza San Pietro, in occasione dell’Angelus. Sono invitati anche gli amministratori locali (sindaci, assessori, presidenti di Provincia o Regione) con i loro gonfaloni, e sono felice di annunciarvi che il presidente della Provincia di Firenze Barducci ha già esposto una gigantografia di Emanuela sulla facciata di Palazzo Medici Riccardi e che il sindaco di Roma Alemanno farà altrettanto in piazza del Campidoglio. Oltre ai tanti di voi che abitano fuori, mi appello agli oltre 20 mila romani che hanno aderito alla petizione: cercate di esserci!

 Ripeto l’appuntamento:
 27 maggio, ore 9.30, piazza del Campidoglio, Roma. Importante: vi prego di CONFERMARE la vostra presenza il 27 maggio inviando una mail a marciaperemanuela@gmail.com
 in modo da comunicare alla questura un numero indicativo.

 Un’ulteriore richiesta: se ognuno di voi convincerà anche una sola persona ad aderire alla petizione al Papa per la verità su Emanuela (inviando una mail con i dati personali all’indirizzo petizione.emanuela@libero.it) le adesioni diventerebbero 160 mila. E sarebbe un grande segnale di partecipazione e pressione sulle istituzioni.

 Infine, consentitemi qualche ringraziamento A Federica Sciarelli e a tutta la redazione di “Chi l’ha visto?”, che da anni sostengono con affetto e passione tutta la mia famiglia e contribuiscono a mantenere alta l’attenzione sulla vicenda di Emanuela.

 A Fabrizio Peronaci, il giornalista con il quale ho scritto il libro “Mia sorella Emanuela” (oggi con la prefazione di don Ciotti), che mi ha consentito di esprimere tutti i miei pensieri e le mie speranze, dando impulso alla battaglia per la verità.

 Ai tanti giornalisti che mi hanno aiutato ed espresso vicinanza, la parte sana del mondo dell'informazione.

 A tutti gli iscritti al Gruppo Facebook (siamo oltre 11 mila), che accompagnano le mie giornate e mi sostengono con la loro solidarietà: non dimenticherò mai il vostro affetto.
  E, naturalmente, ad ognuno di voi, i firmatari della petizione al Papa. Quando in pochi lanciammo questa idea, lo scorso ottobre, ci pareva difficilissimo arrivare a mille persone. Oggi siamo vicini alle centomila, e solo grazie a questa partecipazione, lo sento, verità e giustizia non sono più un’utopia.

 Un abbraccio, Pietro

 Per contatti, informazioni o eventuali novità vi lascio la mia mail
 personale:

MARCIA PER EMANUELA” A ROMA IL 27 MAGGIO, ORE 9.30


“MARCIA PER EMANUELA” A ROMA IL 27 MAGGIO, ORE 9.30 DA PIAZZA DEL
 CAMPIDOGLIO A PIAZZA SAN PIETRO

 Ciao, sono Pietro
 vi scrivo di nuovo, con grande emozione, per annunciarvi che grazie alla petizione al Papa a cui avete aderito (siamo oltre le 80 mila firme) ci sono state importanti novità sul caso di Emanuela. Per la prima volta il Vaticano ha diffuso una nota ufficiale in cui spiega il suo comportamento in questi lunghi 29 anni, mentre il capo della Procura di Roma ha assunto in prima persona le indagini. Sono passi in avanti, ma non basta.
 La mia sensazione è che le persone a conoscenza di notizie importanti relative a quanto è accaduto a mia sorella in quel terribile 1983, per la prima volta, siano sul punto di rompere gli indugi e raccontare quel che sanno. Lo ritengo un dovere morale davanti a Emanuela, ma anche a tutti noi. Per questo ho pensato di organizzare una “Giornata di mobilitazione per la verità e la giustizia in Italia”, con l’ obiettivo di abbattere
 definitivamente quel muro di omertà e silenzi che finora ha negato la verità sia su Emanuela sia su tanti altri casi di giustizia negata.

 L’appuntamento è per DOMENICA 27 MAGGIO alle 9.30 a ROMA in piazza del Campidoglio, da dove partirà una “marcia per Emanuela” che si concluderà alle 12 in piazza San Pietro, in occasione dell’Angelus. Sono invitati anche gli amministratori locali (sindaci, assessori, presidenti di Provincia o Regione) con i loro gonfaloni, e sono felice di annunciarvi che il presidente della Provincia di Firenze Barducci ha già esposto una gigantografia di Emanuela sulla facciata di Palazzo Medici Riccardi e che il sindaco di Roma Alemanno farà altrettanto in piazza del Campidoglio. Oltre ai tanti di voi che abitano fuori, mi appello agli oltre 20 mila romani che hanno aderito alla petizione: cercate di esserci!

 Ripeto l’appuntamento:
 27 maggio, ore 9.30, piazza del Campidoglio, Roma. Importante: vi prego di CONFERMARE la vostra presenza il 27 maggio inviando una mail a marciaperemanuela@gmail.com
 in modo da comunicare alla questura un numero indicativo.

 Un’ulteriore richiesta: se ognuno di voi convincerà anche una sola persona ad aderire alla petizione al Papa per la verità su Emanuela (inviando una mail con i dati personali all’indirizzo petizione.emanuela@libero.it) le adesioni diventerebbero 160 mila. E sarebbe un grande segnale di partecipazione e pressione sulle istituzioni.

 Infine, consentitemi qualche ringraziamento A Federica Sciarelli e a tutta la redazione di “Chi l’ha visto?”, che da anni sostengono con affetto e passione tutta la mia famiglia e contribuiscono a mantenere alta l’attenzione sulla vicenda di Emanuela.

 A Fabrizio Peronaci, il giornalista con il quale ho scritto il libro “Mia sorella Emanuela” (oggi con la prefazione di don Ciotti), che mi ha consentito di esprimere tutti i miei pensieri e le mie speranze, dando impulso alla battaglia per la verità.

 Ai tanti giornalisti che mi hanno aiutato ed espresso vicinanza, la parte sana del mondo dell'informazione.

 A tutti gli iscritti al Gruppo Facebook (siamo oltre 11 mila), che accompagnano le mie giornate e mi sostengono con la loro solidarietà: non dimenticherò mai il vostro affetto.
  E, naturalmente, ad ognuno di voi, i firmatari della petizione al Papa. Quando in pochi lanciammo questa idea, lo scorso ottobre, ci pareva difficilissimo arrivare a mille persone. Oggi siamo vicini alle centomila, e solo grazie a questa partecipazione, lo sento, verità e giustizia non sono più un’utopia.

 Un abbraccio, Pietro

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giovedì 26 aprile 2012

Alfano, Bersani, Casini: rimborsate i cittadini ora!


Pubblicato il: 25 Aprile 2012
E’ uno scandalo: i partiti ci hanno rubato 1,7 miliardi di euro e fra poco potrebbero riceverne ancora. Ma c'è una proposta concreta per cominciare a farci restituire i soldi.

I giudici hanno beccato i politici comprarsi case di lusso, auto costose e persino lingotti d’oro con i soldi pubblici destinati al rimborso delle campagne elettorali. Ora i partiti stanno disperatamente cercando di riconquistare la nostra fiducia prima delle elezioni locali fra una settimana, ma l'unico modo che abbiamo per ottenere una risposta concreta è costringerli ad approvare una legge in cui rinuncino alla prossima tranche di pagamento del rimborso elettorale. Italia dei Valori e Lega Nord hanno già detto che lo faranno: se otterremo il sostegno di Alfano, Bersani e Casini, potremo iniziare finalmente a fare pulizia nella politica italiana.

Dobbiamo agire prima delle elezioni per smascherare le false promesse dei politici e far approvare la legge. Facciamo sentire ad Alfano, Bersani e Casini la nostra voce esigendo il “rimborso dei cittadini”. Firma la petizione per dire ai partiti di restituirci i soldi e fai il passaparola con tutti: insieme possiamo costruire l’Italia che vogliamo!

Firma la petizione

A villa Cambiaso il secondo matrimonio gay, ma questa volta è un sacerdote a celebrare la benedizione.


Dopo 17 anni di amore e vita condivisa, ieri Ermanno e Davide hanno detto il loro si nella sala del Bernini di Villa Cambiaso a Savona. La messa è stata celebrata da Madre Maria Vittoria Longhitano, presbitera della Comunione Anglicana, una religione cristiana che non discrimina, neppure le donne. Alla cerimonia erano presenti più di un centinaio di persone, amici della coppia, famiglie con bambini  testimonianza della serena vita sociale che i due coniugi  savonesi conducono, una vita normale, una famiglia normale, una normalità che non ha visto alcuno, neppure i bambini presenti, stranirsi perche i coniugi fossero dello stesso sesso. Purtroppo però come Manuel e Francesco, anche Ermanno e Davide non potranno godere dei diritti fondamentali che all’estero sono riconosciuti per qualunque coppia, si perche siamo in Italia, paese altamente discriminatorio nei confronti delle coppie dello stesso sesso, un paese che non solo discrimina, ma alimenta l’omofobia, un paese che lascia la possibilità alla chiesa cattolica di giudicare, decidere e spesso insultare le coppie dello stesso sesso, in base ai suoi medioevali insegnamenti, un paese che non vuole legiferare in materia, malgrado i ripetuti richiami dell’UE e la recente sentenza della cassazione che ha riconosciuto che anche le coppie gay hanno diritto ad essere riconosciute e poter formare una famiglia come tutte le altre. Un paese l’Italia che lascia senza diritti fondamentali quasi 7 milioni di cittadini contribuenti, oltre alle coppie legalmente sposate all’estero, che quando vengono a vivere nel nostro paese perdono immediatamente i loro diritti, appena oltrepassano il confine. Negli stati membri dell’UE, malgrado molti di questi non avessero nella loro costituzione la possibilità di applicare i diritti anche alle coppie dello stesso sesso, diritti sanciti dalla costituzione Europea, i governi si sono da anni adeguati legiferando in materia. L’Italia invece come in tutte le cose vuole essere il fanalino di coda, un po’ la pecora nera della democrazia, perché l’Italia non avrebbe necessità di legiferare, la nostra costituzione, una delle più moderne e complete al mondo, prevede già nell’articolo 29 della questa possibilità, ma il nostro governo, anziché provvedere all’applicazione per tutti dell’articolo 29, è riuscito paradossalmete a metterlo in discussione senza legiferare né portare in parlamento una proposta di legge civile, le poche portate, tutte arenate, erano sorte di contratti per persone di serie B. Ci auguriamo che al più presto la nostra classe politica possa portare il nostro paese, in materia di diritti, nelle condizioni in cui vivono tutti i paesi civili e democratici dell’Unione Europea di cui anche l’Italia fa parte, anche se da 20 anni è in’adempiente.
Francesco Zanardi
Portavoce del movimento Gay Italiani

Napoli, atei: ''Chiesa costa allo Stato 6 miliardi''

"Sei miliardi di euro all'anno". Tanto costa la Chiesa cattolica allo Stato italiano. E' la campagna informativa lanciata dall'Uaar, Unione degli atei e degli agnostici razionalisti italiani.

Napoli, atei: ''Chiesa costa allo Stato 6 miliardi''

"Sei miliardi di euro all'anno". Tanto costa la Chiesa cattolica allo Stato italiano. E' la campagna informativa lanciata dall'Uaar, Unione degli atei e degli agnostici razionalisti italiani.