giovedì 13 giugno 2013

Teardo, l’irriducibile: io, innocente

Savona - «Il potere, ero ossessionato dalla conquista del potere. Questa è colpa di cui dovrò rispondere davanti alla Madonna. Ma non sono un delinquente». Alberto Teardo trent’anni dopo. Il “signore delle tangenti”, il “padre santo” come lo chiamavano i suoi cortigiani, il socialista savonese più vicino a Craxi, per un decennio il politico più potente in Liguria, apre il libro dei ricordi, delle emozioni. E lo fa con il Secolo XIX , proprio il giornale che agli inizi degli anni Ottanta, con una serie di inchieste, fece esplodere la tangentopoli savonese decretando la fine dell’impero teardiano.
Partiamo da quell’alba del 14 giugno 1983. Cosa ricorda?
«I carabinieri vengono a prendermi a casa, alle sei del mattino. Non capisco nulla, leggo quel
mandato di cattura, quel 416 bis, una cosa fuori dal mondo. E mi chiedo, ma cosa succede? Ricordo di aver detto ai carabinieri che questi erano i metodi di Pinochet non di un paese civile».
L’ex presidente della giunta ligure, oggi settantaseienne, viene arrestato a dodici giorni dalle elezioni politiche alle quali è candidato per il Psi. Il suo ingresso a Montecitorio è dato per sicuro. Di più: Craxi gli ha promesso un ruolo nel governo che deve nascere. Ma ora, quella mattina di fine primavera, a Teardo crolla il mondo addosso. I magistrati savonesi gli contestano l’associazione per delinquere di stampo mafioso, oltre al reato di concussione continuata per aver creato un sistema di tangenti.
Teardo, per lei comincia tutta un’altra storia: si aprono le porte del carcere. È la fine dei sogni di potere.
«Mi buttano in isolamento, come il peggiore dei delinquenti, vedo il mondo fuori solo da una feritoia. Ho l’incubo di essere avvelenato, quindi maneggio con molta cautela il cibo che mi portano. Le giornate sono interminabili, non vedo nessuno. La Fede mi aiuta a superare i momenti più difficili. Sono devoto alla Madonna e lei mi è vicina. Credo che un altro al mio posto impazzirebbe. C’è chi si affida alle pastiglie, io non ne prenderò neppure una, lotto solo con le mie forze. Non mi piegano».
Dicono che dal carcere scrisse a Sandro Pertini.
«È vero, lo feci dopo aver letto un suo duro intervento sul sottoscritto. Una mattina mi convoca il direttore del carcere: c’è una telefonata per lei. Era dalla Presidenza della Camera. Il direttore mi dice: non si permetta mai più di inviare dal carcere posta al presidente. Divento una furia. Rispondo: io scrivo a chi voglio, oltretutto la mia posta passa sempre al vostro vaglio e non si permetta mai più di parlarmi in quel modo, perché io la porto in un’aula di tribunale».
Che rapporti aveva con il Presidente?
«Pertini mi considerava un punto di forza del Psi. Il suo atteggiamento cambiò quando nel 1980 spinsi in Regione il partito verso un’alleanza con Dc e Pli, emarginando i comunisti. Non digerì quel passaggio. E poi mi scaricò definitivamente quando uscirono le prime notizie sull’inchiesta savonese».
Teardo, sono passati trent’anni da quell’arresto. Lei ha pagato il conto con la giustizia con oltre due anni di carcere. La verità è scritta nelle carte processuali. Oggi, forse, può essere il tempo delle ammissioni.
«La deluderò. La verità è che il sottoscritto non ha mai rubato nulla. Fui vittima di un agguato politico-giudiziario di una violenza inaudita. Mi vollero colpire perché ero diventato troppo potente. Davo fastidio al Pci. Sa qual è, alla fine, il teorema intorno al quale è stata costruita la mia condanna? Che non potevo non sapere. Nient’altro di concreto. Ma ciò è bastato a distruggermi. Non volevano solo la fine della mia ascesa politica, volevano la mia morte civile».
Lei era il leader incontrastato del Psi ligure, l’astro nascente del Psi nazionale. Se giravano tangenti nel suo partito, era nella posizione ideale per scoprirlo, non le pare?
«Ma cosa c’entra l’associazione mafiosa? Io non ho mai avuto a che fare con dei criminali. Certo, sapevo che giravano tangenti nel Psi, come in tutti i partiti. Detto per inciso: oggi è dieci volte peggio. Sapevo che a Savona c’era qualcuno dei miei che le maneggiava, Ma quello era il sistema. Io non ne ho mai chiesto una, ma sapevo esattamente chi le chiedeva, li conoscevo uno per uno e, pur sapendo, non ho fatto nulla per bloccarli. Questa è la mia unica vera colpa. A chi andavano i soldi? I miei, tutti al partito».
Eppure si è arricchito in quegli anni.
«Falso. Ho due case: nient’altro. Non sono diventato ricco, nonostante quanto sostenevano i magistrati. Hanno cercato ovunque il famoso “tesoro” di Teardo, senza trovare nulla. Semplicemente perché quel tesoro di 18 miliardi non è mai esistito. Hanno semplicemente sommato le proprietà di 15 persone come fossero frutto di operazioni di lestofanti. Ecco da dove arriva quella cifra. E poi a me il denaro non interessa. Il potere, invece, quello sì, e sono arrivato ad averne molto, moltissimo».
Erano gli anni della presidenza della Regione Liguria.
«Ero diventato una minaccia persino per Craxi che tuttavia era pronto a farmi entrare nella sua squadra di governo. Le racconto un episodio che può darle l’idea di quanto fossi potente e autorevole allora. Quando non potevo partecipare alle riunioni di giunta, perché magari ero impegnato a Roma, i miei assessori sistemavano un registratore in mezzo al tavolo della giunta, sul quale io avevo preventivamente registrato le mie istruzioni. Si limitavano a prendere appunti. Una dedizione totale, la loro».
E in quel ruolo, con quel potere, orchestrava gli appalti, non è vero? 
«Non mi sono mai occupato di appalti. Avrei potuto farlo, certo, ma non mi interessava. Io lavoravo tra Genova e Roma, mi interessavano i grandi progetti di rilancio della Liguria: volevo farne la California d’Europa».
E la storia della spartizione degli appalti del territorio savonese tra un gruppo di imprenditori che in cambio pagavano tangenti al Psi?
«Era vera, come le ripeto, conoscevo la storia, ma io non ho mai visto una lira di quel denaro».
Scusi, ma i magistrati trovarono riscontri cartacei di 200 milioni, frutto di corruzione, che finirono nelle sue tasche.
«Capello, uno dei miei “fedelissimi”, mi imprestò effettivamente 200 milioni, non so di quale provenienza. Fatto sta che io gliene restituii 250».
Insomma, lei sostiene di non aver mai preso denaro illecitamente?
«È così. Non sono un santo, ma neppure un disonesto».
A cosa si riferisce, allora, quando dice: non sono un santo?
«Che in politica sono stato spesso spietato. Io rispetto e pretendo rispetto, se non lo ricevo divento cattivo: chi fa il killer con me deve aspettarsi che io lo diventi tre volte di più».
E la storia dell’attentato alla gru dell’impresa Damonte che non voleva pagare la mazzetta? Lei fu accusato di esserne il mandante: quelli era metodi mafiosi, non crede?
«Io non c’entravo. Quella era una guerra tra imprenditori che, come le dicevo, si spartivano gli appalti della Provincia. Il sistema funzionava così: io non partecipo alle gare d’appalto della tua zona e tu non vieni a pestarmi i piedi nella mia. Era il direttore della Provincia che “gestiva il traffico”, non l’assessore che pure finì nei guai. Lui però sapeva, come me, della lobby degli appalti. Qualcuno di questi imprenditori non ha mantenuto gli impegni e gli hanno fatto saltare in aria la gru».
Qual era il suo rapporto con il Pci di allora?
«Ce l’avevo a morte con i comunisti e con le cooperative in particolare. E loro vedevano in me il nemico numero uno. Provarono a “comprarmi”, ma io li cacciai fuori dall’ufficio in Regione. Non volevo avere niente a che fare con loro. Alla lunga me la fecero pagare con magistrati e stampa amica».
E i rapporti con Craxi?
«Ottimi. Ricordo che mi chiese anche il sacrificio di candidarmi alle Europee, perché non c’era nessuno dei “big” che voleva partecipare ad una competizione già persa in partenza. Craxi aveva già deciso tutto. Quattro i posti a disposizione del Psi, il primo era naturalmente il suo, gli altri tre erano già decisi. Insomma, dovevo partecipare per fare numero. Gli risposi che non ci penso nemmeno. Si incazzò parecchio al telefono e mi di disse ti richiamo tra mezz’ora. E invece chiamo Capello che, seppi successivamente, garantì per me. Craxi sapeva che eravamo molto legati e usò il mio amico per tirarmi dentro. Ebbi un grande successo personale».
Chi è oggi Teardo?
«Un pensionato che vive con il solo vitalizio della Regione , per lo più decurtato di un quinto. Vado spesso a Londra dove faccio parte di un Centro studi laburista. Mi occupo in particolare di problemi sanitari nel mondo, con particolare riguardo all’Africa Subsahariana. Scrivo articoli (gratis) per riviste inglesi e mi diletto di cinema, la mia altra grande passione oltre alla politica».
Che ha lasciato in modo definitivo?«Ma certo, anche se di tanto in tanto si rincorrono queste voci assurde di una mia regia dietro le quinte. Persino sull’operazione Crescent. E pensare che io all’epoca avevo pronto un progetto per salvare l’Italsider trasferendola a Cairo. Furono i compagni a bloccare l’operazione. Solo più tardi capii perché. Avevano già in mente il business immobiliare. Comunque, stiano tranquilli i mediocri personaggi della politica locale di oggi. Il mio tempo è passato».