sabato 10 agosto 2013

’Ndrangheta e rapporti con la Chiesa Gratteri: “Ci sono alcuni preti che chiudono un occhio, anche due”

Ad Ayas il procuratore della Dda
racconta come il potere delle cosche
si esprima anche attraverso la fede
Svelato un episodio di Aosta
STEFANO SERGI
CHAMPOLUC
Di fronte ai capimafia, ci sono preti che chiudono un occhio e preti che li chiudono tutti e due”. Nicola Gratteri, tornato per la seconda volta in tre mesi in Valle d’Aosta, sta studiando con il giornalista e scrittore Antonio Nicaso il delicatissimo fronte dei rapporti tra ’ndrangheta e religione per farne, forse, un altro dei libri di successo che il procuratore aggiunto della Dda di Reggio Calabria firma da tempo.  

E alla platea del tendone di Champoluc dove s’inaugura Ayas Cultura il magistrato, che è tra i massimi esperti europei dell’unica organizzazione criminale ramificata nei cinque continenti, regala spunti su cui riflettere parecchio, anche qui tra le montagne più alte d’Europa. Sì, perché il “la” al procuratore lo offre il giornalista Roberto Mancini raccontando un episodio accaduto ad Aosta tre anni fa: “I Nirta, gli stessi ora in carcere per traffico internazionale di cocaina, regalarono una statua della Madonna di Polsi alla parrocchia del Quartiere Dora, ma nessuno degli omaggiati si chiese il significato che Polsi ha per la ’ndrangheta né il perché di quel dono”. In quel santuario della Madonna di Polsi in pieno Aspromonte, nel Comune di San Luca, i capimafia si riuniscono ogni anno a settembre per discutere le strategie criminali. È considerato un luogo sacro non solo per i pellegrini ma anche per la ’ndrangheta.  

“Stiamo studiando il rapporto tra Chiesa e ’ndrangheta, ed emergono cose piuttosto spiacevoli per la Chiesa. Gli affiliati prima di uccidere pregano la Madonna di Polsi, i santini servono anche nei riti di iniziazione della ’ndrangheta. Non solo, nei bunker troviamo sempre immagini sacre, della Madonna di Polsi, di San Michele Arcangelo (che tra l’altro è il patrono della polizia, ndr) e, new entry, anche di Padre Pio. Per questo lo ’ndranghetista quando uccide è convinto di essere nel giusto”. Il motivo di questa inquietante vicinanza, in alcuni casi, tra clero e ’ndrangheta è da ricercarsi nella necessità, per il capomafia, di avere un controllo totale sul territorio. «Deve esternare il suo rapporto con i preti e con i vescovi, perché deve esternare il potere. Il capomafia deve dimostrare di essere alla pari con il potere legale e quindi anche con la Chiesa. Altrimenti perché fanno a gara a chi porta la statua della santa alla processione? E perché quando il corteo sfila davanti alla casa del capomafia, il figlio di questo offre una banconota da 500 euro come dono? E perché comprano i banchi e ristrutturano le facciate delle chiese? Perché questo è potere, non è essere cristiani. Ed è qui che i preti chiudono un occhio e a volte pure due».  

Il procuratore di Reggio Calabria spiega che un capomafia ha due ossessioni: “Far studiare i figli, e farli sposare. A lui manca il pedigree, per questo cerca il riscatto sociale attraverso i suoi eredi, li manda nelle Università più prestigiose”. E qui emerge quello che per Gratteri è “il dramma di oggi”: l’epoca dei mafiosi incensurati. “Scordatevi l’uomo con la coppola, perché o è morto o è al 41 bis (il regime di carcere duro previsto per i mafiosi, ndr). Oggi ci sono i suoi figli, che magari sono medici e gestiscono un ospedale come se fosse cosa loro, non cosa di tutti. E decidono se e quando tu hai diritto a curarti e come. E sono tutti incensurati. Questo è il grande problema”. Dopo aver stroncato con un paio di frasi buona parte dei giornalisti italiani (“non fanno più inchieste, si accontentano delle veline, non approfondiscono nulla”) Gratteri dribbla il pensiero comune del “tutta colpa dei politici” e spiega: “Molte volte ci lamentiamo della politica, ma è una visione inesatta e parziale. Il vero cancro è la pubblica amministrazione, i burocrati, quei “comitati di pietra” che sono sempre lì nello stesso posto a chiederti la mazzetta se vuoi che l’istruttoria per il trattore vada avanti. Ed ecco perché non si vuole informatizzare nulla, perché poi qualunque cittadino potrebbe vedere on line a che punto sta la sua domanda e denunciare se si accorge di stranezze. Su questo tema insisto da 15 anni, sembro un disco rotto. Senza informatizzazione, non si risolverà nulla. L’Arma dei carabinieri spende milioni di euro l’anno per inviare personale in tutta Italia per notificare atti giudiziari che potrebbero essere trasmessi con posta elettronica certificata”.  

Si discute molto, di questi tempi, della Corte di Cassazione “intasata - spiega Gratteri - da una miriade di cause che hanno come unico obiettivo il trascorrere del tempo per raggiungere la prescrizione. Soltanto a Roma, c’è lo stesso numero di avvocati che ha l’intera Francia. E pensate a quanti legali sono diventati parlamentari. Secondo voi si farà mai una riforma?”.  

Le recenti inchieste dei carabinieri sulla ’ndrangheta in Valle d’Aosta hanno ispirato a livello locale anche polemiche a più livelli sull’opportunità di continuare a finanziare con soldi pubblici la celebre (e frequentatissima) Festa dei calabresi perché l’organizzatore, l’imprenditore Giuseppe Tropiano, è tra i coinvolti e ha già rimediato una condanna in primo grado per favoreggiamento. Ma il rischio di generalizzazioni è dietro l’angolo e Gratteri, che è nato nella Locride, nella sua lunga conferenza di Champoluc ha usato l’arma dell’ironia per allontanare pericolose e fuorvianti degenerazioni sul binomio Calabria-’Ndrangheta: “I calabresi violenti? È falso, è gente pacifica e la dimostrazione è la calma con cui aspetta la conclusione dei lavori sulla Salerno-Reggio Calabria”.